1930-concetto-nicosia-miniIo nacqui il 4 marzo 1929. Travolto dall’entusiasmo per la nascita di un figlio maschio primogenito come me, mio padre all’anagrafe, al momento della denuncia del mio arrivo, dettò tre nomi (Concetto Giuseppe Gesualdo) ma dimenticò le virgole, per cui da un punto di vista legale quei tre nomi figurano come uno solo. Quidi, per la burocrazia io sono Concettogiuseppegesualdo Nicosia. Capisco la scelta di Concetto (era il nome del padre di mio padre) e anche di Gesualdo (padre di mia madre, che poteva rimanerci male). Ma perché Giuseppe? A memoria d’uomo non ci sono Giuseppi, nella genealogia dei Nicosia e degli Alonzo. Non ho mai avuto il coraggio di chiedere una spiegazione a mio padre. Quando forse lo avrei trovato, lui non c’era più. E così non saprò mai perché mi chiamo Concettogiuseppegesualdo. Nessuno mi ha mai chiamato Concettogiuseppegesualdo. E nemmeno Concetto. A Catania, i nomi polisillabici, rimangono nei documenti. Vengono presto sostituiti da vezzeggiativi bisillabici. Francesco diventa, nell’uso comune e quotidiano della vita sociale, Franco o Ciccio; Salvatore è Turi; Domenico è Mimmo o Mimì; Gaetano è Tano; Antonio è Toni o Nino; Giuseppe è Pippo; Giovanni è Gianni. In mancanza di precedenti e di una tradizione, Concetto è diventato Cochi.

 

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