Topografia di Noto in una mappa elaborata dal War Office statunitense nel 1943

La statale, che in una trentina di chilometri porta da Siracusa a Noto, costeggia il mare fiancheggiata da filari di agavi «carnose, puntute e lussureggianti, e strane piante grasse ai piedi di ulivastri rasati dal vento» (Brandi), poi s’inoltra nella campagna tra verdi distese di aranceti punteggiati dalle macchie arancione dei frutti quando sono giunti a maturazione. E, sulle chiare rocce calcaree, si allungano le ramificazioni di pale verdi dei fichidindia spinosi con i loro frutti gialli. Quando la strada comincia a salire, in alto sulla collina appare Noto.

Già da lontano, al primo apparire, si vede che la città non è inerpicata sino alla cima, casa sopra casa, come sembrano, sempre da lontano, Perugia oppure Assisi. È fatta a scale, a gradoni, con una serie di piattaforme regolari che salgono verso il pianoro del Meti su cui s’adagia la parte più elevata della città. In altre parole, al culmine della collina sorge il blocco urbanistico di Noto Alta, circondato da piattaforme urbanistiche meno estese, poste a livelli decrescenti, affacciate le une sulle altre, collegate tra di loro da una serie di scalinate che conferiscono alla cittadina un suggestivo effetto scenografico.

Maurizio Nicosia, Scalinata a Noto. 2004

Sia il gradone superiore che le piattaforme inferiori sono state disegnate con il sistema ippodamèo, vale a dire con una struttura squadrata, intersecata da due strade incrociate in una piazza centrale. Questo schema urbanistico è attribuito a Ippòdamo di Mileto, architetto greco dell’età di Pericle, considerato il più grande urbanista dell’antichità classica.

Veduta satellitare di Noto. Al centro la cattedrale di fronte a palazzo Ducezio. Google Earth

Prima del terremoto del 1693, la vecchia Noto sorgeva sette chilometri più a nord, sulla sommità del monte Alveria. Un viaggiatore del Seicento la descrive «a figura di cuore», circondata di «muraglie con torri e bastioni saldissimi», adorna «di palazzi magnifici». Al tempo del sisma contava dodicimila abitanti che si ridussero a novemila. Superato il trauma del cataclisma si cominciò a progettare la ricostruzione. Il duca di Camastra avrebbe voluto tirar su la nuova città nella stessa località ma molti netini optarono per lo spostamento a sud, più vicino al mare. Si scelse il pianazzo del Meti, appartenente al feudo di Avola, e il duca si disse d’accordo, a patto di concentrare la costruzione sull’altopiano più facilmente difendibile.

Ma anche questa volta la popolazione non fu d’accordo perché il pianazzo era considerato troppo ripido da risalire, non aveva risorse idriche, la sua aria era malsana. E così il centro della nuova Noto nacque lungo i pendii che conducono al Meti su cui sorse un altro quartiere collegato al resto da una lunga scalinata. La scelta della popolazione fu sancita con il trasferimento nel nuovo sito dell’arca d’argento che conteneva le spoglie di san Corrado, venerato patrono della città. A equilibrare il rapporto tra le due parti, anche sull’altipiano si costruì una grande chiesa, la collegiata del Santissimo Crocifisso, ma il duomo di San Nicolò si erse nella piazza centrale del pendio, a fronte del palazzo Ducezio sede dell’amministrazione comunale.

Su un disegno dell’erudito Giovan Battista Landolina, responsabile della scelta dello schema ippodamèo, Noto fu ricostruita dagli architetti Rosario Gagliardi, Paolo Labisi, Vincenzo Sinatra, Antonio Mazza. Al di là di un ottocentesco arco di accesso al centro storico si snoda il corso principale, rettilineo di un chilometro scandito dalla successione delle chiese, dei palazzi, delle piazze, delle strade laterali che ripide, spesso ripidissime, si arrampicano verso la parte alta della città con un manto stradale lastricato a blocchi quadrati di pietra bianca e lava grigio scuro e con le facciate che si allontanano e diminuiscono in regolare infilata prospettica.

E nella splendida via Nicolaci il punto di fuga coincide con la concava facciata della chiesa di Montevergine (1748-1750), attribuita a Vincenzo Sinatra. Una facciata stretta tra due campanili, che si flette per accogliere nel suo grembo la fine di un percorso visivo predisposto da uno dei tanti architetti urbanisti che hanno disegnato questo impareggiabile «giardino di pietra» (Brandi). Sulla via Nicolaci si affaccia il palazzo Villadorata, attribuito a Labisi, con una facciata in cui la fatica di sostenere gli iperbarocchi balconi è sostenuta, con molte smorfie e boccacce, da sirene, cavalli imbizzarriti, grifoni, chimere, mostri, mascheroni. Tutti scolpiti nella pietra calcarea, naturalmente. Non mancano elementi classicheggianti, come le finestre del mezzanino, il timpano del coronamento e il portale ripreso da un modello di Vignola.

Maurizio Nicosia, Balcone di palazzo Nicolaci di Villadorata. Noto, 2004

Di Sinatra è palazzo Ducezio, progettato come loggetta a un solo piano con undici arcate che, al centro, formano un semicerchio di tre archi preceduti da un’elegante scala semicircolare. Nel disegno complessivo della piazza, razionale e armonioso, assolveva la funzione di pedana visiva all’inizio dell’alta scalinata che sale verso la facciata del duomo. Nel 1951, per dare più spazio ai locali dell’amministrazione comunale, si è provveduto a una dissennata soprelevazione in falso stile settecentesco, una scelta che ha rotto il mirabile equilibrio che legava la chiesa alla loggetta che ora si pone come antagonista dell’altro monumento e non più come sua naturale integrazione. Il palazzo è modellato sul disegno di una villa francese comprato a Montpellier dal barone Giacomo Nicolaci.

Paolo Monti, Palazzo Ducezio. Noto, 1953

Nell’originale, la convessità era prevista per il fronte della villa rivolto verso il giardino. Sinatra la sfruttò per conferire maggiore enfasi al prospetto principale, affacciato sulla piazza. Dall’altra parte del largo spiazzo, sul luogo in cui era stata collocata l’arca di san Corrado, s’era subito costruita una chiesetta provvisoria, prima in legno poi in muratura.

Negli anni Quaranta si diede incarico a Gagliardi di progettare un grande tempio, un duomo degno del santo e della città. La lunga vicenda della costruzione, protrattasi per un secolo e passata per le mani di molti architetti, contribuisce a rendere eterogeneo l’aspetto del prospetto il cui modello, forse dovuto a Bernardo Labisi responsabile a fine Settecento del completamento dell’opera, risale al San Domenico di Palermo realizzato a partire dal 1636 da Andrea Cirincione e Tommaso Napoli.

Siracusano, nato poco dopo il terremoto, Gagliardi ha lasciato una forte impronta sul barocco della Sicilia sud-orientale. Figlio anche lui di un carpentiere, sembrò avviato al mestiere paterno. Nel 1713 era già impegnato a Noto, nel monastero di Santa Maria dell’Arco, con la qualifica di faber lignarius, ma dieci anni dopo, a Modica, è chiamato ingignere. Per completare la formazione professionale si trasferì a Palermo dove frequentò presso il collegio dei gesuiti un corso che lo promosse architetto. Con questo titolo, nel 1726, tornò a Noto. L’appoggio dei gesuiti gli permise di lavorare a Siracusa, Modica, Caltagirone, Ragusa, Scicli, Niscemi, Comiso: in tutta la val di Noto. A documentare la sua intensa opera di progettista sono rimasti tre bei volumi di disegni architettonici.

Maurizio Nicosia, Chiesa di san Carlo al corso. Noto, 2004

Le tante splendide chiese erette da Gagliardi tra Noto, Ragusa, Scicli, Modica hanno indotto molti seguaci ed epigoni a adottare la facciata a torre e le colonne libere sia nell’esterno sia nell’interno. Nell’architettura italiana del rinascimento e del barocco il prospetto delle chiese si sviluppava su due ordini conclusi da un timpano. Con le sue dimensioni, l’ordine inferiore rispecchiava la larghezza dell’interno, quello superiore era più limitato e veniva raccordato all’altro con volute. In Sicilia si svilupparono due modelli differenti, facciata torre e facciata campanile.

Già Guarino Guarini per la chiesa messinese della Santissima Annunziata (1660-1662) aveva disegnato un prospetto con tre ordini digradanti raccordati da volute, senza timpano terminale e con un uso plastico delle colonne libere. Non aveva però inserito la cella campanaria, come si farà nel secolo successivo. La prima realizzazione di Gagliardi a Noto è la chiesa di Santa Chiara, con l’annesso convento delle Clarisse, progettato subito nel nuovo insediamento urbano per consentire alle monache di rispettare il voto di clausura. Dal 1730 si affidarono a Gagliardi i lavori di progettazione e direzione, che andarono avanti sino al 1755. Tre anni dopo la chiesa fu consacrata al culto.

Mentre la chiesa è stata risparmiata, il monastero è stato massacrato da interventi arbitrari. Nel 1918 è diventato caserma militare, poi scuola, poi cinema e, come se non bastasse, è stato aggiunto un ufficio postale. All’origine nella chiesa si entrava dal portale aperto sul corso ma, alla fine del Settecento, quando si abbassò il livello stradale, si aggiunse un ingresso laterale. Lo spazio interno è suddiviso in tre zone, il vestibolo absidato, l’aula ovale e il presbiterio quadrato. Dodici colonne libere, in aggetto, sormontate dalle statue dei dodici apostoli scandiscono il ritmo dell’aula. All’esterno i capitelli delle paraste hanno volute rivolte all’insù.

La chiesa di San Domenico di Noto, iniziata nel 1737 è un precoce modello di facciata a torre. Gagliardi imposta una facciata a sviluppo verticale, proiettata verso l’alto, il cui slancio è accentuato dall’uso sapiente della colonna libera, la colonna che non si appoggia al prospetto per adempiere il suo dovere statico ma, staccata e allontanata dal muro, assolve una funzione squisitamente decorativa con una struttura detta a canne d’organo.

Maurizio Nicosia, Chiesa di san Domenico. Noto, 2004

La convessa facciata, mossa e dinamica, è incorniciata nella parte centrale da due ordini di colonne aggettanti che, nel coronamento, sostengono un eccentrico timpano spezzato e curvilineo che ripete ed enfatizza lo stesso motivo del portale d’ingresso. L’architetto sfrutta gli effetti chiaroscurali della colonna libera che stampa mobili ombre sulle chiare facciate e che regge una trabeazione che non scorre uniforme tra un ordine e l’altro, bensì avanza e retrocede di continuo, con un ritmo ben calcolato. Sovrapposte in altezza, com’è nel caso di questa chiesa di Noto, le colonne, libere o no che siano, inquadrano con maggiore proprietà la convessità della zona centrale del prospetto verso cui convergono gli alti plinti che le sostengono.