Esiste ancora Atene? Se lo chiede poco dopo la metà del Cinquecento Martin Krus, docente di greco all’università di Tübingen, che firmava Crusius, con il cognome originale tedesco volto in latino. Per risolvere il dubbio, Crusius chiede notizie a Teodosio Zygomalas, suo dotto corrispondente greco,  il quale gli fa sapere che sì, Atene c’è ancora, ma ormai ridotta come la «pelle di un animale morto da molto tempo» [1].

Nel Rinascimento poco si sapeva della Grecia contemporanea. Anche dell’arte greca si sapeva poco. La conoscenza era esclusivamente filologica, basata sulle testimonianze scritte, sui pochi testi letterari dell’antichità greca e romana che contenevano notizie sugli artisti, sugli architetti, sui monumenti, sulle opere d’arte. Ciò che veniva alla luce nel corso di scavi casuali, gli scarsi e mutili monumenti sopravvissuti erano considerati strumenti con cui chiarire e confermare le parole degli storici antichi riscoperti dagli umanisti. Solo nel Settecento, grazie allo sviluppo della scienza degli scavi, l’archeologia, divenne possibile «guardare i monumenti come la prova e l’espressione del gusto dominante in un dato secolo e in un dato paese». È questo il giudizio del conte di Caylus, grande studioso e antiquario che, secondo i francesi, aveva «risuscitato il gusto greco».

Dopo secoli di splendori politici e culturali, nel 146 avanti Cristo la Grecia era caduta sotto il controllo romano ed era divenuta una provincia sotto Ottaviano Augusto, nel 31 avanti Cristo. Coinvolta nella crisi dell’impero romano, fu saccheggiata dai barbari, dagli Eruli, nel 267 dopo Cristo. Alla fine del quarto secolo fu assoggettata all’impero d’Oriente che aveva Costantinopoli come capitale. Atene divenne città insignificante, lontana dal centro del potere e della cultura bizantina dominante. I templi furono trasformati in chiese cristiane, il Theseion fu dedicato a san Giorgio, il Partenone passò dal culto di Atena a quello della Madonna. Nel 1204 i crociati conquistarono Costantinopoli e la Grecia fu un feudo dei signori dell’occidente. Nel 1456 Atene fu espugnata da Maometto II che aveva costretto alla resa Francesco Acciajoli, ultimo duca cristiano di Atene. Tre anni dopo il Partenone, già trasformato da Giustiniano in chiesa della santa Sapienza, divenne moschea, con annesso minareto. Assoggettata all’impero ottomano, in irresistibile espansione, la città divenne inaccessibile ai viaggiatori che, come Cristoforo Buondelmonti o Ciriaco Pizzicolli, nella prima parte del Quattrocento avevano cominciato a esplorare la penisola ellenica e a riportarne materiale, notizie e documenti preziosi per la conoscenza dell’antica cultura greca.

La passione del collezionismo diffusasi nel Seicento in tutta Europa, provocò un risveglio di interesse verso la Grecia ancora ricca di oggetti e vestigia del passato splendore. Insieme ai mercanti arrivarono i primi studiosi ed eruditi. Fra il 1675 e il 1676 Jacob Spon, autore di una Miscellanea eruditae antiquitatis in cui per la prima volta è usata la parola «archaeologie», compie un lungo viaggio in Italia, in Grecia e in Asia Minore in compagnia del botanico inglese George Wheler.

Spon era un medico protestante di origine tedesca, nato a Lione, erudito studioso di lettere classiche e di teologia, con un’autentica passione per le iscrizioni antiche e per le medaglie.  Nel 1676, nel corso di una lunga sosta ad Atene, si dedicò, nonostante i divieti delle autorità turche, a studiare sistematicamente e a misurare i monumenti dell’antichità ancora conservati nella capitale greca. E a trarne dei disegni poi inseriti nella relazione del viaggio, pubblicata nel 1678 con il titolo Voyage d’Italie, de Dalmatie, de Grece et de Levant fait en Années 1675 et 1676, che dà un’idea della vastità degli interessi antiquari di Spon.
Atene era ben conservata, i Turchi avevano rispettato i monumenti antichi, anche se avevano trasformato il Partenone in una moschea affiancata da un alto minareto che altro non era se non la torre campanaria della chiesa cristiana adattata alla nuova bisogna. L’incisione dedicata da Spon al Partenone non era molto accurata ma, in mancanza d’altro, fu ripresa e copiata così com’era per quasi un secolo.

Jacob Spon, Veduta della città d’Atene, 1678

Bisognerà aspettare fino al 1758, la pubblicazione delle Ruines des plus beaux monuments de la Grèce di Julien Le Roy per avere finalmente un’immagine più attendibile dell’Acropoli ateniese e del Partenone.

Julien Le Roy, Veduta sud del Partenone, 1770, da Les Ruines

Grazie alla sua posizione strategica, sulla collina dominante la città, l’Acropoli era stata trasformata in fortezza dai Turchi. Tra il Partenone, il tempio di Atena Nike, l’Eretteo, i Propilei, la torre dei venti, erano stati costruiti gli alloggi per i soldati.
Il Partenone, grande tempio di Atena Parthénos, eretto tra il 447 e il 438 dagli architetti Ictino e Callicrate, era stato decorato dalle sculture di Fidia. Nel 1622 il barone Louis des Hayes, ambasciatore di Luigi XIII in Turchia, lo aveva trovato splendido e intatto all’esterno: «come appena costruito», scrisse in un Voyage de Levant pubblicato nel 1632. Era vero. Una sanguigna datata 1674 del francese Jacques Carrey, documenta l’aspetto del tempio. Quella immagine è preziosa perché il 26 settembre 1687 il Partenone fu centrato da una bomba della flotta veneziana agli ordini dell’ammiraglio Francesco Morosini che aveva cinto d’assedio la città per strapparla ai turchi.

Anonimo, Veduta del castello d’Acropolis dalla parte di tramontana

Trasformato dai turchi in deposito delle polveri da sparo, il tempio era stato irrimediabilmente danneggiato dalla catastrofica esplosione che lo aveva spaccato in due parti e danneggiato la decorazione di Fidia. Morosini ne volle approfittare per appropriarsi, come trionfale bottino di guerra, delle quadrighe del frontone occidentale da aggiungere ai cavalli bronzei arrivati a Venezia molti secoli prima, dopo il saccheggio di Costantinopoli per mano dei crociati. Ma l’operazione di recupero del gruppo scultoreo fu maldestra, le statue precipitarono e si frantumarono in mille pezzi sulle rocce dell’Acropoli.

La crescente debolezza dell’impero ottomano aveva spinto nel Settecento le potenze europee ad allearsi per annientarlo e per restituire la libertà alla Grecia. Il processo arrivò a conclusione soltanto un secolo dopo, nel 1829, quando il popolo greco conquistò l’indipendenza al termine di una lunga guerra sostenuta e vinta dai palicari, i partigiani in sottanino.

Nel corso del Settecento gli scavi di Ercolano e Pompei avevano dato nuovo slancio alla ricerca archeologica e avevano riproposto il primato della cultura greca. I reperti più belli venuti alla luce sotto la cenere del vulcano erano copie di originali greci e anche la pittura decorativa era influenzata dai precedenti modelli ellenici.
L’architetto francese Jacques-Germain Soufflot nel 1751 si spinge nella valle del Sele, a sud di Salerno e disegna i grandiosi templi di Paestum sino allora frequentati soltanto dai pastori e dalle greggi. Soufflot scopre il dorico nella versione greca, privo di basamento e concluso da un architrave decorato. Altri architetti e studiosi scendono in Sicilia i cui templi confermano le nuove scoperte e acquisizioni. È venuto il momento di andare nella culla della civiltà architettonica occidentale, in Grecia, per controllare i monumenti sopravvissuti, per misurarne le proporzioni, per studiarne gli stili.

I primi a farlo, nel 1748, sono due inglesi, l’architetto Nicholas Revett e il pittore James Stuart che, alla fine degli anni Trenta, si erano trasferiti a Roma. Ad Atene, «sorgente dell’arte», Stuart aveva il compito di disegnare i monumenti e le loro decorazioni plastiche, Revett si occupava dei rilievi architettonici. Visitarono Corinto, Zante, Salonicco, Smirne, l’Istria. Tornati in patria, pubblicarono in quattro volumi The Antiquities of Athens ricchi di splendide illustrazioni, 351 tavole, in totale. Nel 1762 vide la luce il primo volume, il quarto nel 1816. Il secondo volume, del 1787, era dedicato per intero alla decorazione del Partenone. La Grecia è da loro esaltata come «grande maestra delle arti», mentre Roma è stata soltanto un’allieva (vol. I, p. I). Anche l’ordine «tuscanico», etrusco, è «rude e imperfetto», in confronto agli ordini dell’architettura greca.

Nicholas Revett, James Stuart, Veduta del portico orientale del tempio di Atena ad Atene, 1816, tav. 1

La moda dell’architettura neogreca è stata introdotta dal tempio in stile dorico progettato nel 1758 da James Stuart nel parco di Hagley Hall. Gli studi, i rilievi dei monumenti, le pubblicazioni, procurarono a Stuart il nomignolo di «Athenian Stuart». Nel 1759 eseguì per la londinese Spencer House una Painted Room, considerata la prima «decorazione interna rigorosamente neoclassica» [2]. Negli anni Sessanta, nel parco di Shugborough, nello Staffordshire, realizzò otto copie di antichi monumenti da lui visti e studiati in Grecia, fra i quali: l’arco di Adriano, la torre dei Venti, il monumento coregico di Lisistrato.

Tra il 1789 e il 1793 in Germania fu realizzato da Carl Gotthard Langhans il primo edificio ispirato ai propilei del Partenone: la porta di Brandeburgo, a Berlino. L’opera di Langhans, che tuttavia presenta colonne con basamenti tipici dell’architettura romana, ebbe notevoli ripercussioni nel resto d’Europa: nel 1806 William Wilkins presentò un progetto per l’ingresso al Downing College di Cambridge, al quale fece seguito, nel 1810, la costruzione dei propilei di Chester Castle. Più tardi il tema fu ripreso nei Propyläen di Monaco di Baviera, i cui primi disegni furono presentati da Leo von Klenze negli anni dieci del diciannovesimo secolo. Lo stile neogreco trovò in von Klenze e in Karl Friedrich Schinkel due dei principali esponenti e la loro influenza fu tanta che si diffuse anche nelle altre regioni dell’Europa settentrionale, come la Danimarca, la Polonia e la Finlandia.

Intenzionato a conquistare per Monaco il titolo di Atene dell’Isar, il re Luigi I di Baviera affidò al grande architetto Leo von Klenze, che era alle sue dipendenze, l’incarico di progettare uno spazio destinato ad accogliere due edifici in cui sistemare le collezioni del sovrano. Nasce così Königsplatz, armoniosa piazza su cui si affacciano tre magnifici monumenti progettati nei tre stili greci per eccellenza: dorico, ionico, corinzio. Nelle forme di un tempio ionico preceduto da un pronao esastilo si presenta la glittoteca progettata e costruita tra il 1816 e il 1830.
La facciata è disegnata in un rigoroso stile classico, un museo tempio nella più pura espressione, esplicito custode delle muse e di ciò che è sacro al gusto del tempo, vale a dire l’arte antica rappresentata dai capolavori del tempio di Egina. Il funzionale edificio ospita la straordinaria collezione di statuaria classica raccolta da Luigi nel giro di una decina di anni. Fino al 1808 Monaco aveva poco o niente di arte antica. Il principe seppe approfittare dei «turbini politici che avevano sconvolto e troni e popoli» [3] d’Europa per comprare a buon mercato le collezioni in vendita.
Il colpo più sensazionale lo mise a segno nel 1812 quando, in un’asta organizzata a Zante, acquistò per centotrentamila franchi d’oro, diciotto statue del frontone del tempio della dea Afea nell’isola di Ègina, ritrovate l’anno prima dall’architetto bavarese Haller von Hallerstein e dall’inglese Charles Robert Cockerell. Il restauro dei marmi fu eseguito da Bertel Thorvaldsen, il grande scultore danese residente a Roma.

Ad Atene Stuart e Revett avevano incontrato Robert Wood che aveva visitato il Medio Oriente, accompagnato dall’architetto italiano Giovanni Battista Borra, incaricato di eseguire i disegni dei monumenti. A Baalbek, Wood aveva tentato di ritrovare il grande tempio di cui parlavano gli antichi testi. I risultati del viaggio furono divulgati con due volumi, Les ruines de Palmyre, pubblicati nel 1753 e The Ruins of Baalbec, del 1757. Quelle pubblicazioni miravano a documentare l’evoluzione degli ordini architettonici, ma Wood aveva accordato maggior risalto alla ricostruzione ideale dei palazzi e dei templi delle due città, invece di fornire dati precisi e attendibili sullo stato attuale delle rovine.

Adolphe Braun, Testa di cavallo dal frontone del Partenone. British Museum, 1865 circa

 

Eugène Delacroix, Frammento del Partenone, 1825

L’architetto francese Jean-David Le Roy sfruttò in modo spregiudicato il lavoro di Stuart e Revett. Nel 1754 si fermò ad Atene tre mesi, il tempo necessario «per documentare sul posto le principali architetture con una serie di vedute e rilievi che furono rifiniti e accomodati a Parigi» [4]. Fece anche in fretta a pubblicare i risultati della sua spedizione. Nel 1758 uscirono due volumi di Les ruines des plus beaux monuments de la Grèce, che suscitarono il disappunto di Stuart e Revett che si videro preceduti dall’intraprendente francese.
Le Roy «avanza l’opinione che l’architettura romana sia tributaria di quella greca riguardo alla tecnica, allo stile, e soprattutto alla decorazione» [5]. Afferma che i «romani hanno imitato» l’architettura greca e ne hanno riconosciuto la superiorità (vol. I, p. VIII). Per lui le qualità che assicurano il primato ai greci sono quattro: grandezza, nobiltà, maestà, bellezza.

Giambattista Piranesi, Parte di ampio magnifico Porto all’uso degli antichi Romani, 1749-50

In quegli anni Giovan Battista Piranesi stava lavorando al Della magnificenza ed architettura de’ romani, pubblicato nel 1761. Piranesi sostiene una tesi provocatoria che rovescia il principio di Winckelmann della perfezione dell’arte greca e della sua superiorità sull’arte romana. Secondo Winckelmann, i romani avevano alterato la purezza greca con la sovrapposizione di un’eccessiva decorazione e di elementi irrazionali, al limite della stravaganza. Non è vero, ribatte Piranesi. Sono stati i romani a perfezionare l’architettura perché avevano saputo liberarla dagli eccessi, dagli abusi.
Alle provocazioni di Piranesi non rispose Winckelmann, ma il francese Pierre-Jean Mariette che, nel 1764, ribadì con molta energia il primato dei greci. Piranesi non si arrese. Nel 1765 pubblicò le Osservazioni sopra la lettera di Mariette e, in appendice, aggiunse Il parere sull’architettura dedicato a una puntigliosa difesa del suo punto di vista. Per farlo, si affidò all’antica formula retorica del dialogo fra due antagonisti uno dei quali, Didascalo, esponeva le ragioni dell’autore.
Didascalo-Piranesi rivendicava l’autonomia dell’architettura romana che non aveva ripreso i modelli greci ma aveva proseguito la tradizione etrusca. Con la sua policromia e con le capricciose decorazioni, l’architettura greca si può considerare una degenerazione di quanto avevano saputo creare etruschi prima e romani in seguito. Secondo Piranesi era stato il tempo dei monarchi etruschi a Roma a determinare l’orientamento dell’architettura romana verso la semplicità e l’austerità, che avevano un precedente nell’arte egiziana.

Nel 1776 Marie-Gabriel Choiseul-Gouffier visitò la Grecia e raccolse il materiale che gli permise di pubblicare nel 1782 il primo volume del Voyage pittoresque de la Grèce. Un prototipo del libro di viaggio illustrato, che riuniva «elementi artistici, di reportage e di critica d’arte» [6]. Seguirono altri due volumi, tutti arricchiti da un centinaio di illustrazioni del pittore Jean-Baptiste Hilair  che aveva accompagnato Choiseul-Gouffier nelle sue spedizioni.

Fidia, Metopa del fronte sud del Partenone, 447-438 a.C.. British Museum

Il successo di questi testi divulgativi accese la cupidigia di collezionisti e regnanti scatenatisi nell’acquisto, per vie legali o illegali, dei tesori dell’antichità greca. L’episodio più clamoroso è il trasferimento a Londra della decorazione plastica dei monumenti dell’Acropoli. Grazie alla connivenza del sultano turco di Atene, l’operazione fu portata a termine da lord Elgin, ambasciatore inglese a Costantinopoli.
Il sacco fu perpetrato tra il luglio del 1801 e la fine del 1805. Con la collaborazione tecnica del pittore italiano Giovan Battista Lusieri, e degli architetti Vincenzo Balestra e Sebastiano Ittar, lord Elgin spogliò il Partenone di tutte le statue e di tutta la decorazione plastica di Fidia. E, per farlo, non risparmiò la struttura architettonica che, alla fine, si presentava come un rudere desolato e disadorno. In totale, sull’Acropoli si staccarono un centinaio di metope, quarantaquattro statue, centosessanta metri di fregi decorativi. Dalla tribuna dell’Eretteo fu eliminata una cariatide, sostituita da un pilastro di mattoni. Indignato, il popolo ateniese insorse. Nel 1805, quando ormai non era rimasto più nulla da portar via, le autorità intervennero e proibirono prelievi e scavi sull’Acropoli. Era troppo tardi. Tutto era già stato trasferito a Londra e a Parigi.

Francis Frith, Il Partenone, 1839 circa

British Museum, sala con le sculture del frontone del Partenone
Note

[1] L. Beschi, La scoperta dell’arte greca, in Memoria dell’antico nell’arte italiana, a cura di S. Settis, vol. III, Torino, Einaudi 1986, pp. 293-373, cit. a p. 306.

[2] M. Praz, Gusto neoclassico, Milano, Rizzoli 1974, p. 114.

[3] C. Boito, Gite di un artista, Roma, De Luca 1990, p. 249.

[4] L.Beschi, La scoperta dell’arte greca, cit., p. 353.

[5] L’immagine dell’antico fra Settecento e Ottocento, catalogo della mostra, Bologna1983-1984,,  Grafis, Bologna 1983, p. 94.

[6] S.Bordini, Paesaggi e panorami: immagine e immaginazione del viaggio nella cultura visiva dell’Ottocento, in «Ricerche di storia dell’arte», 1981, n. 15, p. 31.