Nel 1745 gli scavi di Ercolano furono sospesi. Alcubierre indirizzò il suo interesse verso una località chiamata Civita, una zona dolcemente collinare, ricoperta di erba e vitigni, in cui da tempo immemorabile si diceva fosse sepolta una città, probabilmente Stabia, sepolta come Ercolano dalla catastrofica eruzione del 79 dopo Cristo. Anche a Civita, come a Resina, fu un contadino a trovare per caso, mentre dissodava un podere, i primi resti di una città sepolta. I pareri degli eruditi furono discordi. Per alcuni si trattava di Stabia, per altri di Pompei.

Panorama of Pompeii; Bisson Frères (French, active 1840 - 1864); Pompeii, Italy; about 1854 - 1864; Albumen silver print; 17.3 x 23.6 cm (6 13/16 x 9 5/16 in.); 86.XM.659.2

Fratelli Bisson, Panorama di Pompei. 1854-1864

Convinto di ritrovare l’antica Stabia, Alcubierre diede inizio agli scavi. Nei primi giorni d’aprile del 1748 si fecero alcuni saggi di prova, si trovarono subito alcune pitture murali, un elmo di gladiatore e il 19 aprile il cadavere di un uomo che stringeva in pugno una manciata di monete che aveva portato con sé nella disperata, inutile fuga. Il primo ritrovamento di rilievo fu una sontuosa villa che, lì per lì, si disse essere la residenza di campagna di Cicerone. Le pareti erano ricoperte di affascinanti affreschi con «otto baccanti danzanti in veli fluttuanti e un gruppo di centauri e fauni che cercavano di mantenersi in equilibrio su una corda».

Dopo questo bel colpo, dopo un inizio incoraggiante, i frutti della ricerca furono talmente deludenti che, nel settembre del 1749, si decise di lasciar perdere per concentrarsi di nuovo su Ercolano. Fra l’altro, Alcubierre era ancora convinto che lì, sotto Civita, giacesse Stabia e non Pompei. Nel 1754 le ricerche di Weber approdarono al ritrovamento di alcuni sepolcri e monumenti antichi. Fu quella l’occasione per riprendere gli scavi con maggiore impegno. A Civita le ricerche erano più facili che a Ercolano, perché a Civita si poteva lavorare con il sistema dello scoprimento a cielo aperto, molto meno faticoso e dispendioso. La pesante situazione politica del tempo, con la guerra di successione austriaca che coinvolgeva i Borbone di Napoli, indusse Carlo III a sospendere l’impresa. Si riprese soltanto sei anni dopo, nel 1754, con maggiore impegno. Qualcuno aveva già avanzato l’ipotesi che quella grande città che lentamente e disordinatamente veniva alla luce sotto i campi di Civita non fosse Stabia, bensì Pompei. La certezza fu raggiunta nel 1763, quando si scoprì un’insegna che recitava: respublica Pompeianorum.

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Pompei era nata come piccolo villaggio di pescatori osci, occupato nel sesto secolo avanti Cristo dai Greci che vi avevano impiantato un porto strategico per i loro traffici e i loro commerci con l’Italia centrale e vi avevano costruito un tempio dorico dedicato ad Apollo. Un secolo dopo la cittadina era passata sotto la dominazione sannita e vi era rimasta sino all’89 avanti Cristo, quando Silla l’aveva assoggettata a Roma. Al momento della tragedia, Pompei romana aveva centosettant’anni.

Ricco centro agricolo e commerciale, viveva della produzione e della vendita del vino, dell’olio d’oliva e del garum. Salsa usata per condire carni e verdure, il garum era ottenuto con la macerazione del pesce in una salamoia concentrata di sale marino. Una miscela forse nauseabonda per il gusto contemporaneo, ma molto apprezzata dai buongustai pompeiani. Se ne ottenevano due qualità, una più raffinata e costosa a base di sgombro o tonno o murena, l’altra più scadente, prodotta con le sardine, destinata ai poveri e agli schiavi. I ghiottoni di tutta Italia si rifornivano a Pompei che importava le materie prime, per esempio il tonno dalla Spagna.

[One print, 19th Century, European Views.]; Achille Mauri (Italian, active Naples, Italy 1860s - 1895); n.d.; Albumen silver print; 84.XP.1430.1

Achille Mauri, Tempio di Iside. Pompei

Pompei romana aveva il centro politico, religioso e commerciale nel foro, area pedonalizzata grazie a una serie di cippi che impedivano il transito delle vetture. La triade di dèi più venerati era formata da Ercole, Bacco e Venere che proteggevano la produzione vitivinicola, prima risorsa economica della città. I romani avevano imposto il culto ufficiale delle triade capitolina, Giove, Giunone, Minerva. Il cristianesimo non aveva fatto a tempo ad attecchire, pochi decenni dopo la morte di Cristo e l’inizio dell’apostolato cristiano che non si era ancora spinto sino alla Campania meridionale.

The Forum with Vesuvius, Pompeii; Giorgio Sommer (Italian, born Germany, 1834 - 1914); Pompeii, Italy; about 1865 - 1875; Albumen silver print; 17.3 × 23.7 cm (6 13/16 × 9 5/16 in.); 84.XM.885.1.37

Giorgio Sommer, Il Foro col Vesuvio alle spalle. Pompei, circa 1865 – 1875

Non distante dal foro sorgeva il principale centro di svago della popolazione, l’anfiteatro, palcoscenico di spettacoli violenti e sanguinari, uomo contro uomo, uomo contro animali, animali contro animali. Protagonisti acclamati erano gladiatori, tori, cinghiali, cani, cervi, daini. Divi dello sport del tempo, i gladiatori erano popolari come un campione di calcio o un pilota di formula uno. In compenso guadagnavano molto meno. Vivevano in piccoli appartamenti ricavati per loro nel quadriportico del grande anfiteatro. Uno di loro è stato ritrovato, sotto le ceneri, a letto con l’amante, una ricca pompeiana ricoperta di gioielli.

One print; Achille Mauri (Italian, active Naples, Italy 1860s - 1895); n.d.; Print; 84.XP.1148.40

Achille Mauri, L’anfiteatro di Pompei

Le case erano costruite secondo il modello edilizio romano. Al di là dell’ingresso si apriva l’atrio, un ambiente allo scoperto che fungeva da spazio pubblico dell’edificio privato. Qui il padrone di casa, il dominus, specie se investito di incarichi e di responsabilità ufficiali, riceveva i visitatori all’aperto se il tempo lo permetteva, oppure nelle stanze prospicienti, le alae, in cui erano conservati i lari, immagini degli antenati, e i penati, divinità protettrici della casa e degli abitanti. Al centro dell’atrio si apriva l’impluvium, la vasca che raccoglieva l’acqua piovana. Al di là delle alae, si apriva un grande spazio scoperto, il peristilio, un cortile con portici e colonne su cui si affacciavano le stanze da pranzo e da letto: gli appartamenti privati.

Casa di Diomede. Pompei.; Sommer & Behles; Italy; about 1855 - 1865; Albumen silver print; 18 x 23.7 cm (7 1/16 x 9 5/16 in.); 84.XM.1386.13

Giorgio Sommer, Casa di Diomede. Pompei, circa 1855 – 1865

Le case dei pompeiani più ricchi erano arredate con gusto, arricchite di dipinti, affreschi, mosaici, statue. Si raccoglievano oggetti contemporanei, ma anche pezzi di antiquariato, come lo splendido Fauno che ha dato il nome alla casa più grande, tremila metri quadrati, e più ricca sinora venuta alla luce. Un piccolo capolavoro attribuito a un allievo di Lisippo che ha riprodotto con gusto squisito un capolavoro del maestro che aveva presentato il suo fauno non in stato di ebbrezza ma di estasi, un’estasi indotta dalla danza rituale. Un oggetto d’arte con quattro secoli di vita che il padrone di casa teneva al posto d’onore, al centro del peristilio.
Nella casa del fauno sono stati trovati molti bei mosaici di manifattura orientale, eseguiti da maestranze di Alessandria d’Egitto, tra cui una riproduzione della Battaglia di Lisso nell’esedra dell’atrio, copia di un dipinto attribuito a Filòsseno d’Eretria, attivo tra la fine del quarto secolo e l’inizio del terzo secolo prima di Cristo.

[INVENTORY TITLE: Architecture]; Achille Mauri (Italian, active Naples, Italy 1860s - 1895); n.d.; Print; 84.XP.1431.6

Achille Mauri, Casa del poeta

La tranquilla prosperità della città aveva subito un duro colpo nel 62 dopo Cristo, quando un terremoto aveva provocato danni e distruzioni, aveva fatto crollare monumenti insigni, tra cui il tempio di Giove capitolino e un arco di trionfo. I lavori di ricostruzione erano cominciati subito ma diciassette anni dopo, nel 79, sotto il regno di Tito, erano ancora ben lontani dalla conclusione.
Nella seconda quindicina di agosto il Vesuvio aveva cominciato a dare segni di inquietudine. Sordi brontolii, improvvisi bagliori notturni annunciavano il risveglio del vulcano. La mattina del 24 agosto una densa nuvola nera si era addensata sulla città. Poi, alle dieci, una pioggia di cenere e lapilli infocati si era abbattuta su Pompei e aveva imperversato ininterrotta, per tre ore, sino all’una del pomeriggio, quando quattro metri di materiale eruttivo avevano ormai ricoperto tutto, le strade, le case, i giardini, le piscine, le piazze, aveva soffocato ventimila pompeiani, giovani e vecchi, donne e bambini, tutti condannati a una morte atroce.

[Cast of a Dog Killed by the Eruption of Mount Vesuvius, Pompeii]; Giorgio Sommer (Italian, born Germany, 1834 - 1914); about 1874; Albumen silver print; 19.5 x 25.2 cm (7 11/16 x 9 15/16 in.); 84.XP.677.31

Giorgio Sommer, Impronte. Pompei, 1874 circa 

Le ceneri avevano continuato a oscurare il cielo anche nei due giorni successivi. Solo all’alba del 27 agosto la luce del sole aveva fatto di nuovo capolino su uno scenario di desolazione e di morte. I pompeiani avevano cercato invano riparo nella fuga. Molti si erano diretti verso il mare, unica via di salvezza, ma le condizioni proibitive avevano impedito di prendere il largo. Le pose dei cadaveri ritrovati raccontano storie di fughe impossibili, di gesti disperati, di slanci di generosità, di inutili tentativi di mettere in salvo le proprie ricchezze, grandi o piccole che esse fossero. Nella casa del Menandro –appartenuta a Quinto Poppeo, parente della bella Poppea, la pompeiana che era stata la seconda moglie di Nerone– è stata trovata una ventina di cadaveri. Qualcuno aveva cercato riparo nel tablinum, la stanza centrale della casa, affacciata sull’atrio, una decina di schiavi era morta mentre cercava di scendere la scala di legno del loro appartamento rialzato. Il loro custode era spirato nel suo alloggio dove aveva cercato di proteggersi con i cuscini.

Giorgio Sommer (Italian, born Germany, 1834–1914) [Plaster Casts of Bodies, Pompeii], ca. 1875 Albumen print from glass negative; Image: 27.3 x 38.4 cm (10 3/4 x 15 1/8 in.) Sheet: 27.8 x 38.4 cm (10 15/16 x 15 1/8 in.) Mount: 47.8 x 55.8 cm (18 13/16 x 21 15/16 in.) The Metropolitan Museum of Art, New York, Purchase, Harriet Ames Charitable Trust Gift, 2012 (2012.111) http://www.metmuseum.org/Collections/search-the-collections/299472

Giorgio Sommer, Impronte umane. Pompei, 1875 circa. 

Questa casa tra l’altro documenta le condizioni disagiate della città che non si era ancora ripresa dai danni del terremoto e che si presentava come un gran cantiere di restauro, di lavori in corso di compimento. La splendida argenteria di Quinto Poppeo, con le magnifiche coppe d’argento decorate a sbalzo, è arrivata sino a noi pressoché intatta perché il padrone di casa la teneva ancora ben conservata in cantina, al riparo da altre calamità naturali, in una grande cassa di legno protetta con pezze di stoffa. Altri pompeiani meno ricchi del padrone della casa del Menandro, per finanziare le spese di ricostruzione erano stati costretti ad affittare stanze, ad aprire taverne, negozi, laboratori nei loro palazzi.

Il paradosso di Pompei è che l’eruzione non l’ha distrutta, l’ha ricoperta con una coltre, o meglio con un sudario di cenere, per consegnarla intatta ai posteri dopo diciassette secoli di conservazione. Perduto il ricordo della sfortunata Pompei sommersa, la località in cui una flora rigogliosa e selvaggia attecchì sulle ceneri raffreddatesi fu chiamata Civita, sbiadita traccia mnemonica della presenza invisibile di una città sepolta.

Pompei; Giorgio Sommer (Italian, born Germany, 1834 - 1914); Naples, Italy; about 1860 - 1885; Albumen silver print; 19.8 x 25.5 cm (7 13/16 x 10 1/16 in.); 84.XP.726.40

Giorgio Sommer, Pompei. 1860 – 1885 circa

Le notizie degli scavi di Pompei ed Ercolano spinsero Winckelmann a visitare Napoli nel 1758. Il primo impatto con Napoli e con la corte borbonica non fu lusinghiero. In una lettera al conte di Bünau si lamenta della scarsa libertà accordatagli nel museo di Portici dal direttore Camillo Paderni: «Non ho potuto fare un passo senza vedermi ai fianchi un custode».
Nelle successive visite a Napoli i suoi rapporti con Paderni migliorarono sino a quando nel 1762 il direttore lo ospitò a casa sua. Negativo è il giudizio di Winckelmann sulla collezione di Portici. A parte due statue equestri, tutto il resto gli appare «parte mediocre, parte cattivo». Lo entusiasmarono alcuni dipinti, in specie «il Chirone e il giovane Achille». Le due statue ammirate sono quelle di Nonio Balbo padre e figlio.

Ercolano, Pompei e Paestum le visitò in compagnia dello scultore danese Johann Wiedewelt e dello storico tedesco Johann Jacob Volkmann. È sempre molto critico sulla conduzione degli scavi. Con disappunto annota il ridottissimo numero, otto soltanto, di operai al lavoro. Esprime giudizi sprezzanti su Alcubierre e sui suoi metodi di lavoro. In una lettera a Mengs (28 marzo 1764) dice che le stanze delle ville sin lì scoperte, «vedonsi di nuovo riempite di terreno: il perché non si sa; non mancandovi sito da riporre l’ingombramento della terra».

Street view, Pompeii; Unknown; Pompeii, Italy; about 1860 - 1870; Albumen silver print; 17 × 23.7 cm (6 11/16 × 9 5/16 in.); 84.XM.885.1.39

Ignoto, Veduta di Pompei, 1860 – 1870 circa

Le critiche di Winckelmann sui metodi di Alcubierre e dei successori erano sensate. Per molto tempo, per alcuni decenni, gli scavi avevano mirato a trovare opere d’arte e oggetti più o meno preziosi da aggiungere alla collezione del sovrano. Una volta spogliate di tutto, le case venivano di nuovo colmate di terra. A partire dal 1769, quando ormai era chiaro a tutti che si stava recuperando un’intera città, grande e ricca, si pose fine all’interramento delle case via via ritrovate. Winckelmann si lamenta anche del divieto di prendere appunti visivi degli scavi.

Divieto che quindici anni dopo sarà opposto a Goethe in visita al museo di Portici, in compagnia del pittore Tischbein. Nel 1789, son trascorsi due anni, e lo stesso Tischbein fa un ritratto alla duchessa Anna Amalia di Sassonia-Weimar, in visita a Napoli, sullo sfondo della tomba della sacerdotessa Mamia, alla porta Ercolanese di Pompei. Una trasgressione al divieto dovuta al rango della nobildonna, moglie di Costantino, duca di Sassonia-Weimar. Goethe non si fece incantare dalle rovine di Pompei. A confronto con la maestosa grandiosità di Roma antica, capitale di un impero, Pompei gli appariva piccola insignificante cittadina di provincia che «è la sorpresa di tutti i visitatori, per la modesta piccolezza delle sue proporzioni». Viuzze strette, casette prive di finestre, edifici pubblici che somigliano «a modellini e a vetrine di bambole» (Viaggio in Italia).

Pompei

Mai nessuna catastrofe
ha procurato ai posteri
tanta gioia come
quella che seppellì
queste città vesuviane

J. W. Goethe

  • F. Zevi, Pompei, Enciclopedia italiana, 1994 – Treccani