ACCORDO. Esecuzione simultanea di più suoni disposti in un ordine stabilito.

ANCIA. Linguetta di legno o di metallo applicata all’imboccatura del tubo sonoro di alcuni strumenti musicali ad aria (per esempio, il clarinetto).

ARMONIA. Combinazione di più accordi in un compiuto e coerente discorso musicale.

ARPEGGIO. Esecuzione successiva di tutte le note di un accordo in una sequenza che va dal registro grave al registro acuto, o viceversa.

ARRANGIAMENTO. Libera elaborazione di un tema musicale. Nelle forme più ispirate, l’arrangiamento diviene vera e propria creazione che utilizza quale base la struttura armonica della composizione originale. L’arrangiamento può essere trascritto in una partitura, ma può essere anche definito verbalmente nel corso delle prove e ripetuto a memoria (head arrangement) dal complesso jazz.

Dennis Stock, Miles Davis, 1958 | Magnum Photos


Dennis Stock, Miles Davis, 1958 | Magnum Photos

BACKGROUND. Musica di sottofondo, Scritta o improvvisata, eseguita dagli strumenti melodici e ritmici che accompagnano il solista.

BATTUTA. È la misura con cui si dividono i valori di durata, note e pause, nella notazione musicale. La si può assimilare alla sillaba della parola. Nel linguaggio parlato una o più sillabe formano una parola, nel linguaggio musicale, la parola è composta con le battute.

BEAT. Unità di battuta che misura la pulsazione ritmica del tempo musicale.

BEBOP (o bop). Vedere bebop

BLUES. Canto popolare afroamericano, di contenuto profano, strutturalmente basato su un chorus, o ritornello, di dodici misure divise in tre gruppi secondo lo schema AAB. La trama armonica e il supporto ritmico sono ripetuti con sottili variazioni, mentre la parte melodica si snoda su una scala tonale oscillante, a pendolo, tra modo maggiore e modo minore, per effetto delle cosiddette blue notes (intonazioni instabili ottenute con un numero di vibrazioni inferiore a quello richiesto dalla nota).
I testi poetici del blues, spesso di elevato valore letterario, denunciano la condizione umana e sociale del negro e del sottoproletariato in generale, oppure cantano le gioie e le pene dell’amore fisico.

BREAK. Interruzione, più o meno breve, della frase musicale per lasciare spazio a una figurazione improvvisata, melodica o ritmica, del solista.

BRIDGE. È la frase centrale del tema musicale. Nei tradizionali temi di 32 misure, la cui struttura è AABA, il bridge occupa la parte contrassegnata con la lettera B.

Dennis Stock, Jerry Mulligan, 1958 | Magnum Photos


Dennis Stock, Jerry Mulligan, 1958 | Magnum Photos

CHICAGO. Stile di jazz tradizionale creato negli anni Venti da un gruppo di musicisti bianchi attivi a Chicago (Frank Teschmaker, Bud Freeman, Eddie Condon, Red McKenzie, Pee-Wee Russell, Muggsy Spanier, Joe Sullivan).

CHORUS. Numero complessivo di battute (ovvero lunghezza) di un ritornello o di un tema principale. Designa anche l’improvvisazione che, nella maggioranza degli esempi, occupa la lunghezza di un ritornello.

CITAZIONE. Inserimento nel tema, durante un’improvvisazione, di una frase melodica presa da un diverso contesto musicale.

CODA. Parte conclusiva del brano musicale.

COMBO. Piccolo complesso composto al massimo da otto musicisti.

COOL JAZZ. Versione, più rarefatta e composta, del bebop, affermatasi verso il 1950 per opera di un gruppo di musicisti bianchi (Lennie Tristano, Lee Konitz, Stan Getz, Dave Brubeck, Gerry Mulligan, Chet Baker). Nei confronti del bebop, il cool jazz presenta una più ricercata concezione armonica, un accentuato ricorso alle forme politonali, un linguaggio più sobrio (ma anche più asettico), decantato dagli eccessi e dalle asprezze del bop negro. Il cool jazz è detto anche californiano perché si è sviluppato sulla West Coast.

Leonard Freed, Funerale jazz a New orleans, 1963 | Magnum Photos


Leonard Freed, Funerale jazz a New Orleans, 1963 | Magnum Photos

DIXIELAND. Jazz tradizionale bianco, affermatosi negli stati del sud, nella terra del Dixie, sul modello della musica nera di New Orleans. I suoi principali esponenti, riuniti nella Original Dixieland Jazz Band, sono Nick La Rocca, George Brunis, Larry Shields, Tony Sbarbaro.

Elliott Erwitt, Dave Brubeck, New York, 1954 | Magnum Photos


Elliott Erwitt, Dave Brubeck, New York, 1954 | Magnum Photos

FREE JAZZ. Musica nera d’avanguardia degli anni Sessanta. È la musica dell’impegno politico degli artisti schieratisi a fianco della popolazione afroamericana scesa in campo, in quegli anni, per rivendicare il riconoscimento dei diritti civili e della libertà. Sul piano musicale, i protagonisti del movimento (Ornette Coleman, Cecil Taylor, Don Cherry, Pharoah Sanders, Archie Shepp, Eric Dolphy, Albert Ayler) rifiutano la tradizione jazzistica e le sue forme espressive.
La new thing (cosa nuova, è un altro nome del movimento) parte dall’abolizione dei temi conduttori, delle sequenze strutturali di accordi, della pulsazione ritmica regolare, il beat che era stato il cuore palpitante del sistema musicale jazzistico.
Su queste macerie i musicisti free hanno ricostruito un nuovo sistema fondato sull’improvvisazione collettiva (unico elemento sopravvissuto del jazz primitivo), sulla moltiplicazione di linee melodiche sganciate dalla base armonica, sulla poliritmia programmatica, sulle frequenti e beffarde citazioni di brani musicali provenienti dalle più incongrue culture musicali.

GIG. È scrittura, contratto. Nei primi anni Trenta, nel periodo più cupo e disperato della depressione economica e del proibizionismo degli alcolici, i musicisti erano alla caccia continua della scrittura, del contratto, del gig nel gergo musicale. Il proibizionismo fu abolito nel 1933 con il decreto “Repeal”.

HARD BOP. Ripresa in forme hard, dure, del bebop, alla fine degli anni Cinquanta. In reazione all’estenuato classicismo del cool iazz, spesso improntato alle forme musicali e ai temi della musica colta europea, i giovani solisti negri dell’hard bop sono tornati alle sonorità aspre e aggressive della musica afroamericana delle origini, dal gospel al blues. In questo filone può farsi rientrare la prima produzione di John Coltrane e quella di Sonny Rollins, Clifford Brown, Art Blakey, Horace Silver.

Dennis Stock, Dizzy Gillespie, 1958 | Magnum Photos


Dennis Stock, Dizzy Gillespie, 1958 | Magnum Photos

IMPROVVISAZIONE. La musica jazz come l’happening teatrale, come la performance di un artista concettuale, è improvvisazione, creazione in tempo reale. Un evento estetico in cui il processo creativo coincide e si identifica con il tempo dell’esecuzione. L’espressione, o riflessione, del contesto in cui opera l’artista è diretta, immediata.
Il processo di assimilazione del pubblico è pressoché istantaneo e, nei casi migliori, il solista-autore rispecchia gli umori e le attese dei fruitori con un processo empatico di identificazione che è spontaneo e naturale nel caso della gente di colore. L’improvvisazione è libera invenzione di variazioni melodiche e ritmiche su schemi armonici preordinati.
Può essere affidata a un solista, o all’intero complesso (improvvisazione collettiva). La prima forma, quella individuale, esiste anche nella musica classica, dove si configura come intervallo virtuosistico, come cadenza lasciata dal compositore a disposizione dell’inventiva e dell’abilità tecnica dell’interprete, sia strumentista che cantante.

Guy Le Querrec, Don Cherry, 1969 | Magnum Photos


Guy Le Querrec, Don Cherry, 1969 | Magnum Photos

Anche nel jazz l’improvvisazione individuale è ornamentazione, abbellimento, decorazione di un tema arricchito da nuovi passaggi melodici mentre, nel frattempo, l’armonia esercita la funzione di controllo strutturale dell’insieme. L’improvvisazione collettiva è una sorta di polifonia estemporanea, in cui ciascun solista inventa delle idee musicali coordinate con le idee degli altri.
Il rischio del caos e della cacofonia è scongiurato, oltre che dalle doti degli esecutori (abilità tecnica, esperienza, intesa comune) anche dal solido sostegno del canovaccio armonico. L’improvvisazione sia individuale che collettiva è sostenuta dalla sezione ritmica che, inesorabile, scandisce il tempo marcando i quattro tempi della battuta, o misura che dir si voglia. Nel frattempo gli strumenti melodici continuano a eseguire le parti obbligate. Spesso il solista improvvisatore prima accenna una breve parafrasi della melodia, poi si lancia nelle variazioni libere.
Il tema musicale scelto ha poca rilevanza, è un canovaccio, uno spunto per l’improvvisazione-creazione del solista. Come materiale di base si usavano canzoni di trentadue battute o blues di dodici battute le cui armonie diventavano trampolino di lancio per libere, frenetiche improvvisazioni. Da I got rhythm, geniale motivo di Gershwin, è stata tratta una mezza dozzina di composizioni bop come Red cross, Shaw nuff, Anthropology, 52nd street theme, Dizzy atmosphere che hanno tutte la stessa serie armonica.

L’improvvisazione collettiva è una forma di polifonia estemporanea. Ogni solista improvvisa contemporaneamente agli altri sul comune canovaccio armonico ma lo fa in maniera autonoma e personale. Il rischio del caos, della cacofonia è scongiurato grazie all’abilità, all’esperienza, all’intesa degli esecutori. Nei piccoli complessi nell’improvvisazione collettiva si cimentano al massimo tre o quattro strumenti melodici: tromba, trombone, clarinetto, uno dei sax. Nei complessi più numerosi e nelle orchestre occorre una più complessa forma di disciplina che può essere fornita solo dall’arrangiamento che stabilisce i ruoli delle varie voci nei passaggi collettivi. In questi casi si dà spazio, di volta in volta, all’improvvisazione di un unico solista.
Nei complessini del jazz tradizionale, tipo l’Hot Five, mentre la tromba di Armstrong improvvisava, il clarinetto ricamava variazioni nel registro più acuto e il trombone sottolineava con accordi e portamenti i passaggi più incisivi.

INTRODUZIONE. Una o più frasi musicali che precedono lo svolgimento del tema principale.

Dennis Stock, Spettatori al Newport jazz festival, 1958 | Magnum Photos


Dennis Stock, Spettatori al Newport jazz festival, 1958 | Magnum Photos

JAM SESSION. Incontro di musicisti provenienti da formazioni eterogenee che si riuniscono per suonare, improvvisando, sulle armonie di temi scelti sul momento. Interminabili prove di abilità tecnica, sono anche esibizione di forza, di resistenza, di virilità addirittura.

JAZZ. Forma di espressione musicale nata, nella prima parte del secolo scorso, dall’incontro in terra americana della tradizione africana con la tradizione europea. Nel corso della sua evoluzione il jazz ha sempre conservato elementi musicali neri (incidenza del ritmo; sonorità e fraseggio degli strumenti) e elementi musicali occidentali (sviluppo della melodia e dell’armonia; gamma molto più ampia di strumenti a fiato e a percussione). Da questo connubio si è sviluppata una forma, nuova e originale, di arte musicale che ha quali caratteristiche peculiari l’improvvisazione, il swing (vedi sotto), il sound.

KANSAS CITY. Stile sviluppatosi tra il 1927 e il 1935 nel Middle West e caratterizzato dall’uso ossessivo del riff e dall’adozione di uno speciale tempo saltellante, detto bounce rhythm. Coltivato dalle orchestre di Andy Kirk, di Bennie Moten, di Jay McShann e, soprattutto, del grande Count Basie, il jazz di Kansas City deve la sua fortuna all’eccezionale fioritura di solisti del livello di Lester Young, Ben Webster, Hot Lips Page, Walter Paga, Jimmy Rushing, Herschel Evans, Jo Jones e di Charlie Parker che ancor giovanissimo si mise in luce nelle file dell’orchestra di McShann.

MODULAZIONE. Cambiamento di tonalità in un brano musicale. L’inserimento della nuova tonalità coincide, in genere, con l’attacco del bridge.

Dennis Stock, Louis Armstrong, Philadelphia, 1958 | Magnum Photos


Dennis Stock, Louis Armstrong, Philadelphia, 1958 | Magnum Photos

NEW ORLEANS. Primo stile di jazz tradizionale elaborato negli anni Venti dai grandi pionieri neri (Buddy Bolden, King Oliver, Louis Armstrong, Johnny Dodds, Tommy Ladnier, Clarence Williams, Kid Ory, Jelly Roll Morton, Jimmie Noone, Babe Dodds).

ORNAMENTAZIONE. Insiemi di note secondarie introdotte nel disegno della linea melodica, per arricchirlo.

POLIRITMIA. Impiego sincrono di ritmi contrastanti. È un elemento tipico della musica africana, trapiantato efficacemente nel jazz.

POLITONALITÀ Impiego sincrono di due o più tonalità diverse. È un elemento di musica còlta introdotto nel jazz dai musicisti bianchi della scuola californiana.

RIFF. Frase musicale, generalmente breve e incisiva, ripetuta con insistenza ritmica crescente, quasi ossessiva, che crea nell’ascoltatore uno stato di partecipazione e di tensione progressiva. È, in qualche modo, l’equivalente dell’ostinato della musica classica. Il principio dell’iterazione ossessionante di una frase, ripreso dalla musica africana, è uno dei tanti elementi di cultura nera primitiva sopravvissuti nel jazz.
Il riff è, in sostanza, un adattamento dell’arcaico principio del richiamo e della risposta che è alla base della musica africana. Al richiamo del riff, nella musica jazz risponde la melodia.

Dennis Stock, Earl Hines, Jimmy Archey, Francis Joseph


Dennis Stock, Earl Hines, Jimmy Archey, Francis Joseph “Muggsy” Spanier, Earl Watkins, San Francisco 1958 | Magnum Photos

SEZIONE MELODICA. Parte del complesso jazz in cui sono riuniti gli strumenti che seguono la linea melodica. Nelle orchestre con grande organico, le sezioni melodiche sono tre: trombe; tromboni; sassofoni e clarinetti.

SEZIONE RITMICA. Parte del complesso jazz costituito dagli strumenti che assicurano il sottofondo ritmico (nelle formazioni standard: pianoforte, chitarra, contrabbasso, batteria).

Dennis Stock, Thelonius Monk, 1958 | Magnum Photos


Dennis Stock, Thelonius Monk, 1958 | Magnum Photos

SOLISTA. Il solista che improvvisa è, nello stesso tempo, creatore e esecutore di una melodia nuova. Come l’happening teatrale, come la performance dell’artista concettuale, l’assolo improvvisato è creazione in tempo reale, un evento estetico in cui il processo creativo coincide con l’esecuzione, si identifica e si conclude con essa. Nell’insieme omogeneo del complesso jazz la voce del solista si individua grazie all’intonazione strumentale, alla pronuncia e alla vibrazione delle singole note, agli attacchi delle frasi, allo svolgimento logico del discorso, alle conclusioni del fraseggio, all’uso delle armonie, alla incisività dei ritmi adottati.

SOUND. Per suono s’intende, nel jazz, la sonorità tipica di un solista o la strumentazione standard di una formazione.

SWING. Il swing (‘dondolio’, in italiano) è la sapiente successione di momenti di tensione musicale, seguiti da momenti di distensione. Si ottiene con un gioco sottile di accentazioni ritmiche e melodiche, di anticipi e ritardi sul tempo canonico, di bilanciamenti tra ritmo e melodia. Sfumature che solo un orecchio sensibile ed esercitato riesce a cogliere e che sulle carte musicali non possono registrarsi con il tradizionale sistema di notazione.
Lo stesso nome, swing, è stato dato alla musica affermatasi verso il 1934, sulla scia del clamoroso successo dell’orchestra di Benny Goodman, il grande clarinettista bianco proclamato re del swing. All’interno di questo movimento musicale levigato e piacevole, destinato a compiacere il gusto del grosso pubblico, si sono messi in luce negli anni Trenta solisti neri del livello di Coleman Hawkins, Roy Eldridge, Lionel Hampton, Teddy Wilson, Chuck Berry, Johnny Hodges, Cootie Williams.

TEMPO. Velocità di esecuzione di un tema.

TIMBRO. È la sonorità, l’intonazione della voce dello strumento, il fraseggio è la maniera di esprimersi, di costruire un discorso musicale con quella voce musicale.

UNISONO. Insieme di suoni di identica altezza, anche se di timbro diverso, emessi da più strumenti o voci che vengono percepiti come suono unitario.

VIBRATO. Veloce variazione dell’altezza del suono di uno strumento con cui si ottengono effetti vicini a quelli della vocalità nera tradizionale.

Dennis Stock, Punch Miller torna a casa alle sei di mattina, New Orleans, 1958 | Magnum Photos


Dennis Stock, Punch Miller torna a casa alle sei di mattina, New Orleans, 1958 | Magnum Photos