Secondo Debussy, Erik Satie era un «delicato musicista medievale smarritosi in questo secolo», ma non so se era un complimento. Debussy si riferiva alla prima parte della carriera di Satie che per quasi vent’anni, dopo aver sperperato il patrimonio dell’eredità paterna, si era ritirato ad Arcueil, aveva smesso di comporre musica e aveva sbarcato il lunario con un impiego presso il locale ufficio postale.

Era tornato alla ribalta nei primi anni del nuovo secolo e aveva raggiunto un successo di scandalo con Parade, uno tra i maggiori esempi di balletto del Novecento. Alla prima produzione appartengono le Trois gymnopedies composte nel 1888, a ventidue anni, tipico esempio di quella «musique d’ameublement», musica d’arredamento che con il solito sarcasmo Satie contrapponeva alla solenne paludata musica da concerto.

Erano gli anni in cui il fronte musicale era spaccato in due, tra wagneriani e antiwagneriani. Il giovane Satie si pone al fuori, e al di sopra della mischia con una composizione costruita con una linea melodica di tipo gregoriano, e quindi medievale, sostenuta da un basso ostinato. Il risultato è una successione di accordi privi di rapporti reciproci e inseriti in strutture prive di ritmo. Burlesca e dissacrante, a volte la sua musica è attraversata da un filo di malinconia per la musique d’antan. Satie mescola sacro e profano con un aristocratico classicismo contaminato da prestiti della musica folcloristica e del teatro di varietà.

Omaggio al circo e alla sua vita, Parade è stata allestita da un gruppo eccezionale di autori. Il testo è di Jean Cocteau, la musica di Satie, le scene di Picasso, le coreografie di Massine per la compagnia dei balletti russi di Balanchine.
La giocosa partitura musicale prevedeva accanto ai suoni degli strumenti tradizionali, i rumori della città e della sua vita quotidiana, rumori di sirene dei pompieri, dei tasti delle macchine da scrivere, dei motori d’automobile, dello squillo dei telefoni.

Diretta dalla bacchetta di Ernest Ansermet, la prima del 1917 fece scalpore. Nella sua recensione, Apollinaire parlò di surrealismo ed era la prima volta che entrava in campo un termine della critica destinato a una grande fortuna. Il pubblico reagì male, fischiò attori, ballerini e musicisti e Satie, per non smentire il suo spirito dissacratore, si unì al concerto di fischi.