Emil Nolde, Autoritratto

Fra gli aggregati alla Brücke, fra i compagni di strada, il personaggio più singolare è certamente Emil Nolde che, al momento dell’adesione, ha già quarant’anni e una personalità matura e molto spiccata. Il suo vero nome è Hansen ma nel 1901 aveva scelto di chiamarsi Nolde in omaggio al paesino dello Schleswig in cui era nato.
Figlio di contadini, aveva cominciato a lavorare da artigiano e intagliatore per poi passare all’insegnamento in una scuola svizzera di arte applicata. Una serie di cartoline illustrate con le vedute delle Alpi svizzere, disegnate un po’ per gioco e un po’ per sbarcare il lunario, avevano ottenuto un incredibile successo economico e gli avevano consentito di dedicarsi, ormai trentenne, esclusivamente allo studio della pittura. Trasferitosi nel 1898 a Parigi per frequentare l’Académie Jullian, Nolde aveva scoperto van Gogh il cui uso lirico ed espressivo del colore lo influenzerà in modo determinante.

«Quanto più si riesce ad allontanarsi dalla natura, restando tuttavia “naturale”, tanto più grande è l’arte», scriverà Nolde. La sua ispirazione oscillerà sempre tra i due poli estremi di fantasia e natura. La fantasia lo porta lontano verso la deformazione visionaria del reale e verso il misticismo. Verso la ricerca, dice lui, di «una religione al di sopra di tutte le religioni». Ma l’amore per la natura, per la terra resa fertile dall’aspra fatica del lavoro contadino, per il brullo paesaggio dello Schleswig confinante con la Danimarca, il sincero attaccamento al grembo primordiale della sua prima formazione umana, lo riportano sempre, è il caso di dire, con i piedi per terra.
Nel 1909 dipinge alcuni grandi quadri di soggetto religioso in cui i personaggi evangelici, anche i più sublimi, si presentano come tragici mascheroni dai volti stralunati e contorti. Sganciato dalla verosimiglianza naturalistica, dalla funzione rappresentativa, il colore si fa barbaro e primigenio. Puro “veggente del colore”, artista visionario che scruta il mondo attraverso un prisma rifrangente che filtra soltanto le gamme più intense e suscitatrici di emozioni, conserva la capacità di dare un ordine e una disciplina alle sensazioni più palpitanti che, alla fine, si compongono in un’armonia suprema di timbri sovracuti. «Tempeste cromatiche», definì Schmidt-Rottluff le tele dell’amico Nolde. Nel 1913 partecipa, in veste di disegnatore, a una spedizione in Nuova Guinea che gli rivela l’incanto di una luce diversa, una luce che illumina nuovi toni, inusitati e squisiti.

Emil Nolde, Il mare a Dusk, s.d.

Questa nuova sensibilità per la luce-colore si esalta in una serie di superbi acquerelli da lui dedicati ai paesaggi esotici, alle tempeste, ai fiori tropicali. Alcune tempeste di mare hanno l’espressività degli oli e degli acquerelli che, un secolo prima, Turner aveva dedicato agli stessi soggetti che ben si prestano a una romantica meditazione sulla fragilità della condizione umana, sulla miseria dell’uomo travolto dalla sublime violenza della natura. Il colore, liquido fino alla trasparenza, si allarga sulla carta di Giappone zuppa d’acqua, crea cangiantismi preziosi, si dispone liberamente in macchie senza forma e senza limite.

Gli esiti spesso informali così ottenuti affascinarono la mia generazione nutritasi all’arte nel clima della pittura informale. Nolde aveva messo a punto una sua tecnica particolare, stendeva l’acquerello sulla carta inumidita che lo assorbiva e lo dilatava. Le macchie cromatiche nascevano sotto il controllo dell’artista che non permetteva alla casualità dell’assorbimento di determinare l’effetto finale. Solo con l’informale e con l’espressionismo astratto di Pollock il caso sarà sfruttato come collaboratore, si può dire, del progetto estetico dell’artista.