Lunedì 28 dicembre 1908, ore 12.05. Al ministero dell’interno, a Roma, arriva un telegramma spedito poco dopo le nove dal prefetto Ferri di Catania. Non ci si deve stupire del fatto che, in quegli anni, un dispaccio urgente impiegasse da due a quattro ore prima di arrivare a destinazione.
Erano questi i normali tempi di trasmissione del nuovo mezzo di comunicazione. Il prefetto dava notizia di un violento terremoto che, verso le cinque e mezzo del mattino, aveva investito la città. Le scosse del sisma che avevano spinto i catanesi a riversarsi per strada, erano state seguite da un’onda alta dieci metri che aveva trascinato in mare alcuni giovani rifugiatisi sul molo del porto.

Il telegramma lo ricevette Giovanni Giolitti, presidente del consiglio e ministro dell’interno, tornato al lavoro dopo le vacanze di Natale. Occupato da una gran mole di lavoro arretrato, Giolitti non diede eccessivo peso alla notizia. La Sicilia, si sa, è terra che trema spesso e volentieri, specialmente a Catania stesa ai piedi di un vulcano. Nelle ore successive cominciarono ad affluire al ministero altri telegrammi da centri minori che dicevano tutti la stessa cosa: poco prima che albeggiasse, la Sicilia nord orientale da Catania a Messina era stata investita da un violento, rovinoso sisma.

Alle tre del pomeriggio era arrivato il dispaccio di un postino in servizio sul treno Siracusa-Messina. Telegramma laconico, di due sole parole: «Messina distrutta». Solite esagerazioni dei fantasiosi siciliani, si pensò al ministero. Per scrupolo, solo per scrupolo, si cominciò a telefonare e a telegrafare alle autorità messinesi, nella speranza d’ottenere notizie attendibili.
Nessuna risposta, da nessun ufficio. Due ore dopo, alle cinque e mezzo, arrivò il dispaccio del comandante di una torpediniera della marina militare di stanza nel porto messinese, ch’era risalito sino a Nicotera, in Calabria, prima di trovare un telegrafo funzionante. Il testo era più lungo e circostanziato di quello del postino, la sostanza la stessa: Messina e Reggio Calabria sono state rase al suolo dal terremoto e dal maremoto, le vittime sono un centinaio di migliaia. Un’apocalisse.

La palazzata a Messina dopo il terremoto

Al ministero si fece luce la tragica verità. I messinesi non rispondono alle chiamate del telefono e del telegrafo perché i palazzi che ospitano quei servizi non ci sono più, sono crollati, e il personale addetto è sepolto sotto le macerie. Sono passate esattamente dodici ore dalla tragedia. Si cominciano a studiare interventi d’emergenza. Per fortuna dei sopravvissuti, qualcuno sta già fornendo i primi soccorsi. Lo stanno facendo gli equipaggi di due flottiglie straniere, una russa e una inglese, che in quei giorni stazionavano nel mare Ionio, impegnate in manovre d’addestramento. I soccorsi italiani, affidati alla marina militare, arrivarono in ritardo e furono malamente gestiti a causa dell’impreparazione dei comandanti, delle gelosie e delle rivalità che dividevano i vari corpi dell’esercito.

Agghiacciante fu lo spettacolo offerto agli occhi dei soccorritori. Macerie, cadaveri seminudi, incendi, lamenti di feriti, disperate richieste d’aiuto di tanti sepolti vivi, intrappolati sotto gli edifici crollati. Per più di una settimana si disseppellirono superstiti malconci. Poi si rinunciò alle ricerche. Erano sopravvenuti altri problemi, erano emersi altri drammi. Mancava la luce, mancava l’acqua, mancavano i viveri. Erano cominciati i saccheggi, s’era scatenato lo sciacallaggio. Dalle carceri rimaste senza mura, molti criminali avevano riconquistato la libertà, altri erano arrivati da città vicine, allettati dal miraggio di un facile bottino. Si saccheggiavano case e negozi, si spogliavano i morti, si strappavano gli orecchini dalle orecchie, si tagliavano dita inanellate.

Bisognava fare qualche cosa. Per arrestare la violenza e l’arbitrio, il governo adottò le maniere forti, proclamò lo stato d’assedio e la legge marziale. Un generale dell’esercito, Francesco Mazza, fu nominato commissario straordinario con pieni poteri nei territori devastati dal sisma. Chi è sorpreso a rubare sarà giustiziato sul posto, senza perder tempo con processi e condanne. Un centinaio di delinquenti colti in flagranza di reato furono fucilati seduta stante. Anche qualche soldato colpevole di furti fu giustiziato a fianco dei ladri che avrebbe dovuto catturare e punire. Si sparò ai cani randagi che rovistavano tra le macerie in cerca di qualcosa da mangiare, come facevano i loro padroni scampati ai crolli.

Nel tempo in cui si procedeva a tamponare tante emergenze –feriti da curare, morti da seppellire, sopravvissuti da sistemare e da assistere– le autorità confuse e inadeguate all’immane compito si chiedevano: cosa fare di Messina? La prima reazione fu quella di darla per persa, di considerare irrecuperabile quella città sepolta sotto una valanga di detriti. Città da demolire, scrisse uno dei tanti giornalisti accorsi sul luogo della tragedia. L’arcivescovo D’Arrigo celebrò il funerale di Messina. Salì su un cumulo di macerie, recitò il Requiem æternam, impartì l’assoluzione collettiva a tutte le vittime che giacevano sotto i suoi piedi.

Vittorio Emanuele III re d’Italia, arrivato subito con la regina Elena, suggerì una drastica soluzione del problema: «cosa fare?». Sgomberiamo tutti i sopravvissuti e poi, a colpi di cannone, buttiamo giù quel poco rimasto in piedi. Resteranno, a futura memoria di questa apocalisse, le rovine.
A sostegno della tesi radicale si avanzava il pericolo di infezioni, di epidemie cagionate da decine e decine di migliaia di cadaveri in putrefazione nello spazio ristretto di pochi chilometri quadrati. Altra soluzione estrema, appiccare il fuoco e lasciare che le fiamme bruciassero tutto e tutto sterilizzassero. E il fuoco non aveva nemmeno bisogno d’essere attizzato. Lo scoppio delle condutture del gas faceva divampare incendi in più punti della città, focolai che continuarono a covare quasi per due settimane. Su tutto, alla fine, si doveva stendere un bianco sudario di calce.

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“Il lungomare di Messina, un tempo bellissimo, dopo il terremoto”. Questa la didascalia della foto di Underwood & Underwood

Il generale Mazza non fu all’altezza dell’incarico affidatogli. Le sue incertezze, le indecisioni, gli ordini seguiti da contrordini, fecero nascere l’espressione popolare «non capire una mazza» che dall’isola si diffuse nel resto d’Italia e che è giunta sino ai nostri giorni. La città, o meglio ciò che ne rimaneva, fu chiusa a tutti, cinta da un cordone di soldati che sbarravano il passo e che avevano l’ordine di sparare a vista su chiunque avesse provato a forzare il blocco. L’accesso dal mare fu precluso dai battelli della guardia di finanza che sorvegliavano porto e coste.
Nonostante gli sgomberi, nonostante le migliaia di feriti trasportati via mare negli ospedali di altre città, dentro la cinta di sbarramento rimanevano sei o settemila senza tetto ancora alla ricerca di familiari e di beni scomparsi, riluttanti a lasciare la loro città anche se ridotta in quelle miserevoli condizioni. Si fece di tutto per convincerli a partire, Mazza adottò addirittura il provvedimento di negare viveri a chi rifiutava lo sgombero. A lui va addebitata anche la decisione di destinare le squadre di soccorso alla ricerca e al recupero dei valori conservati nei caveau delle banche piuttosto che dei sepolti vivi. Qualcuno disse che, per colpa sua, s’era rinunciato a salvare migliaia di vite umane.

Il 4 febbraio 1909, cinque settimane dopo il terremoto, lo stato d’assedio fu revocato e Mazza concluse il suo mandato. Il potere tornò nelle mani delle autorità locali, del consiglio comunale e di un nuovo sindaco. Si ripropose, a Messina e nelle altre zone colpite, l’interrogativo: cosa fare? Il parere della popolazione fu unanime. Bisognava ricostruire le città, grandi o piccole che fossero, bisognava farle rinascere lì dov’erano prima del sisma. Il governo nazionale s’adeguò e lanciò la parola d’ordine: resurrezione.

La resurrezione fu difficile, lenta, onerosa. Messina fu ricostruita a partire dal 1911 con il piano Borzì che prevedeva una struttura ortogonale di grandi viali e norme speciali per le case che non dovevano superare una determinata altezza e dovevano essere costruite con criteri e materiali antisismici. Il piano Borzì non contemplava criteri antibombe. E così Messina, poco dopo essere stata rimessa in piedi, fu colpita per il novanta per cento e distrutta per il trenta per cento dalle bombe e dai cannoneggiamenti della seconda guerra mondiale. È rinata per l’ennesima volta, ma gli sfregi subiti nel tempo l’hanno segnata in modo indelebile.