Odilon Redon, Il silenzio, 1908

In un dipinto di Odilon Redon, Il silenzio del Moma di New York, da una sorta di oblò aperto sul vuoto fa capolino il volto di una donna che, dito sulle labbra, invita gli spettatori a non parlare, a tacere. Quel gesto non è invenzione di Redon, ha una lunga storia alle spalle: è il signum harpocraticum, l’antico, classico segno del silenzio. Segno necessariamente negativo, in pittura, perché il positivo del silenzio è la parola che non ha posto in un’arte dove i protagonisti si esprimono con segni silenziosi, con gesti, con il repertorio della mimica. Con una mano davanti alla bocca, appunto. Perché non parli?, si racconta abbia chiesto Michelangelo al suo Mosè dopo averlo colpito al ginocchio con un mazzuolo. E, a sentire Vasari, mentre scolpiva il profeta Abacuc per il campanile del duomo di Firenze, Donatello apostrofava così il marmo che batteva: «favella, favella, che ti venga il cacasangue». L’ansia di questi artisti di sentir parlare la loro opere non deve stupirci. Quando una figura scolpita o un’immagine dipinta sono talmente realistiche da sembrar vere, vive, il primo commento è: «gli manca solo la parola».

Il dito, per lo più l’indice, disposto in verticale sulle labbra, è un arcaico segno di silenzio, di assenza della parola. Duplice è il suo significato. Può indicare rifiuto di parlare, una scelta di colui che accenna il gesto, ma può essere un invito a tacere rivolto agli spettatori. L’origine storica risale alla civiltà egiziana. Così, con il dito sulle labbra, era rappresentato Horus, dio fanciullo della religione egiziana, figlio di Iside e di Osiride, che aveva il compito di invitare i fedeli al controllo della parola. I greci lo adottarono con il nome di Arpocrate, interpretarono quel gesto come invito al silenzio, come simbolo della discrezione che deve coprire i misteri del divino, del soprannaturale, collocarono le statue del dio all’ingresso dei templi e dei santuari. Frenate la lingua, ascoltate in religioso silenzio la voce degli dei: è questo il messaggio dell’Horus egiziano e del greco Arpocrate. Al dio greco i romani diedero una compagna, la dea Angerona che, bendata e con il dito sulle labbra, ammoniva anche lei alla preghiera e al silenzio.

Nell’iconografia cristiana del medioevo, il gesto fu attribuito alla personificazione dell’Obbedienza. Taci e obbedisci è il monito trasmesso da un’allegoria dipinta da Giotto in un medaglione polilobato della cappella Bardi, nella fiorentina chiesa di Santa Croce. E, un secolo dopo, in una delle celle del convento di San Marco dipinte da Beato Angelico, la stessa esortazione –taci e obbedisci– è rivolta da san Pietro Martire ai frati che devono assoggettarsi senza parole al rispetto della regola monastica. Altri santi si videro assegnare il signum harpocraticum come attributo iconografico: Benedetto, Domenico, Bruno tutti fondatori di ordini monastici dove il silenzio è disciplina di controllo delle pulsioni mondane e viatico per la concentrazione nella meditazione e nella preghiera.

Il rinascimento neoplatonico fece del segno arpocratico un attributo dei filosofi il cui silenzio è sintomo di suprema sapienza, di pensiero ineffabile. Cratilo poteva essere il classico modello del pensatore che adotta il silenzio come strumento espressivo. Lo testimonia Aristotele secondo cui quel filosofo maestro di Socrate «finì con il credere che non si dovesse proferire nemmeno una parola, e soleva fare soltanto movimenti con il dito» (Aristotele, Metafisica, IV 5, 1010a). Le parole tradiscono le idee, la verità è ineffabile e solo il silenzio la rispetta. La contraddizione tra la stabilità del nome delle cose e il loro continuo divenire, impedisce di nominarle. Meglio segnarle e segnalarle con un gesto delle dita.

Dosso Dossi, Giove Mercurio e la virtù, 1524

Gli umanisti trascurarono Cratilo e, come simbolo dell’associazione tra silenzio e sapienza, adottarono una divinità, quel Mercurio che, nell’interpretazione di Marsilio Ficino, «conosce, trascrive e nasconde affinché ogni generazione compia la propria ricerca». Lo si vede, Mercurio arpocratico, in un capolavoro di Dosso Dossi, il Giove, Mercurio e la Virtù conservato a Vienna. Messi per un po’ da parte i fulmini che giacciono innocui ai suoi piedi, Giove impugna i pennelli con cui dipinge, anzi crea, il mondo, la natura. È la volta delle belle farfalle dalle ali iridescenti che, una volta dipinte sulla tela, e quindi create, si accingono a volar via, ad arricchire il creato con la loro variopinta, seducente bellezza. Con il suo gesto arpocratico, Mercurio protettore dei pittori, invita la Virtù a non disturbare l’ispirazione di Giove ma esalta anche il potere della pittura che, lo aveva detto Simonide di Chio, è poesia silenziosa. E il vero tema del quadro è l’elogio del potere divino della pittura dipinto da un grande pittore che, probabilmente, si è autoritratto nel Giove creatore con un pennello in mano.

Nella modernità, a partire dal settecento illuminista, nell’interpretazione del segno arpocratico assunse maggior rilievo l’invito alla discrezione, con una intonazione maliziosa evidente in alcune scenette erotiche di Fragonard in cui il dito sulla bocca diventa esplicito richiamo al rispetto della riservatezza, del velo di riserbo che deve coprire la vita più intima, più privata. E forse è questo il senso riposto, il messaggio del Silenzio di Odilon Redon.

Arpocrate compare nel simbolo LXIII delle Symbolicae quaestiones pubblicate da Achille Bocchi nel 1555. I pittori attivi a Bologna sfruttarono ben presto quel suggestivo simbolo del silenzio. Pellegrino Tibaldi, in quegli anni alle prese con gli affreschi di palazzo Poggi, nella scena dello sbarco dei compagni di Ulisse che vogliono rubare i buoi del Sole inserisce nel primo piano un personaggio che, con quel segnale, invita gli spettatori al un complice silenzio. Nel 1569 lo riprende Orazio Samacchini nell’Allegoria della Vigilanza e del Silenzio dipinta per l’aula degli anziani consoli di palazzo d’Accursio. E un’Allegoria della Fedeltà e del Silenzio era stata inserita da Bartolomeo Cesi negli affreschi di palazzo Magnani, databili verso il 1600.