Miguel de Cervantes è morto a Madrid il 23 aprile del 1616. Nello stesso anno, a Stratford-upon-Avon a distanza di undici giorni moriva William Shakespeare. I due più grandi scrittori della modernità, gli inventori del romanzo moderno e della tragedia moderna, hanno chiuso gli occhi, per sempre, nel giro di pochi giorni. Non sappiamo se Cervantes conoscesse l’opera di Shakespeare; Shakespeare aveva letto il Don Chisciotte e aveva messo in scena nel londinese Globe Theatre una delle novelle, quella di Cardenio e Lucinda, inserita da Cervantes nel suo romanzo.

Il Don Chisciotte e l’Amleto sono stati scritti negli stessi anni, all’inizio del Seicento. Sia don Chisciotte sia Amleto vivono ormai di vita propria, al di fuori dell’opera letteraria in cui sono nati. Personaggi immortali che tutti conoscono anche senza aver conosciuto i testi che li hanno portati in vita. La stessa cosa accaduta ad altri personaggi letterari, a Frankenstein, a Robin Hood, a Sherlock Holmes, a Lolita. La magra allampanata figura di don Chisciotte è divenuta popolare per merito delle illustrazioni di Daumier, di Gustave Doré, di Picasso, di Dalí, tanto per citare le più belle e famose.

L’abbiamo vista, quella figura, a teatro, al cinema, in televisione, nei musical. In tutti gli innumerevoli spettacoli tratti dal testo di Cervantes. Ha ispirato un’opera lirica di Massenet, un poema sinfonico di Richard Strauss, una suite di Goffredo Petrassi e, già nel 1735, una suite per archi di Georg Philipp Telemann. L’ha cantato Francesco Guccini in una canzone di una ventina di anni fa. Il suo nome, don Chisciotte, è diventato un aggettivo di uso comune, donchisciottesco, che, spiegano i dizionari della lingua italiana, indica un comportamento ingenuamente generoso e spavaldo.
Sorte paragonabile a quella di Amleto che ha dato il nome agli amletici uomini eternamente irresoluti, in preda alla malinconia e all’ipocondria.

Il Don Chisciotte è il primo romanzo moderno perché, per la prima volta, protagonista è un uomo qualunque, contemporaneo dell’autore e contemporaneo dei lettori di tutti i tempi. Non è, com’era nei precedenti romanzi, uno pseudo cavaliere errante, uno pseudo pastore, uno pseudo regnante. È un pover’uomo ricco di debolezze e di difetti. Un uomo come noi, noi tutti che siamo un po’ don Chisciotte.


La prima edizione del Don Chisciotte
Robert Helpmann nel ruolo di Don Chisciotte

Robert Helpmann nel ruolo di Don Chisciotte

Don Chisciotte è nato ed è vissuto per cinquant’anni nella Spagna sudorientale, in un borgo della Mancia di cui Cervantes tralascia il nome. È un povero gentiluomo, scapolone non per sua scelta, che vive con una governante, una nipote e un garzone tuttofare. Ha due soli amici, il curato e il barbiere del paese. Possiede una casa, una vigna e un po’ di terra da semina. Due scure orbite si sprofondano nel volto avvizzito dove un lungo naso aquilino avanza per un bel po’ al di sopra di due baffoni che coprono in parte gli spazi vuoti della dentatura. Talmente magro è quel volto che, dice Cervantes, le guance sembravano «baciarsi l’un l’altra dentro la bocca».

Non gode di buona salute perché da anni patisce gli effetti di una disfunzione renale. Dei calcoli, a quanto pare. Sul davanti ha un petto villoso e, sulla schiena, un grosso neo setoloso. Il busto è sostenuto da due lunghe gambe, ossute e pelose. È uomo colto e intelligente, capace di fare discorsi sensati e profondi. Sa parlare da filosofo, da letterato, da poeta, da cortigiano, da educatore. Gli ascoltatori rimangono colpiti dalla sua sapiente oratoria. Guai però a portare il discorso sulla cavalleria errante e sulla relativa letteratura.

Don Chisciotte occupa il tempo libero con la cura dei suoi beni, peraltro modesti, e con qualche battuta di caccia. Quando non ha nient’altro da fare cosa che, sottolinea Cervantes, gli capita spesso, passa la giornata sprofondato nella lettura dei libri dei quali ha cospicua raccolta nella biblioteca di casa. Per evadere dallo squallore della vita quotidiana conosce e pratica una sola maniera: leggere, leggere, leggere. Uno dopo l’altro divora i classici della letteratura cavalleresca. Sa tutto di Palmerino d’Inghilterra, di Amadigi di Gaula, di Bernardo del Carpio. Detesta Gano di Maganza vile traditore, ama su tutti Rinaldo di Montalbano cavaliere senza macchia e senza paura. Per mettere insieme la collezione di questi libri aveva svenduto alcune proprietà.

La morbosa passione della lettura lo aveva portato a trascurare i doveri di amministratore e i piaceri della caccia. Altro non faceva, secondo Cervantes, che «leggere da un crepuscolo all’altro» fino a perdere il giudizio. Ma quella di don Chisciotte, più che autentica follia, è fissazione maniacale nel mondo letterario e fantastico della cavalleria. Che la sua follia mantenesse il filo di un’intelligente logica lo dimostra il dibattito con Sancio Panza sull’elmo di Mambrino. L’elmo, a dire il vero, è una bacinella di ottone che un barbiere porta con sé mentre si dirige verso un borgo dove è stato chiamato a prestare i suoi servizi. Sorpreso strada facendo dalla pioggia, si è coperto la testa con lo strumento del mestiere, la bacinella. Don Chisciotte lo scambia per un cavaliere errante e non ha alcun dubbio che quel copricapo sia il mitico elmo di Mambrino re dei mori. Sfida il cavaliere a singolar tenzone, lo sconfigge, si impadronisce del prezioso cimelio. D’ora in poi l’elmo di Mambrino ricoprirà la testa del cavaliere della Mancia.

A Sancio che si intestardisce a vedere non un elmo ma una bacinella, don Chisciotte spiegherà una volta per tutte come lui, Sancio, sia vittima degli incantesimi del malvagio mago Frestone che li perseguita con i suoi incantesimi. Nelle sue acute Lezioni sul Don Chisciotte Vladimir Nabokov parla di un «matto zebrato» perché dotato di «una mente ottenebrata con lucidi interstizi» (p. 42). E giustamente ci avverte Cervantes, don Chisciotte con la sua follia «ci fa saggi», ci insegna a vivere di ideali ma con giudizio. Ci insegna a non inseguire le chimere, a mantenere il giusto salutare equilibrio fra idealismo e pragmatismo. Nei lucidi interstizi, come dice il curato che ben lo conosce, il suo è «cervello sanissimo» (I, cap. XXX). Per guarirlo, per riportarlo alla ragione, gli amici decidono di eliminare la radice del male. Al termine di un inventario della sua biblioteca, curato e barbiere con la collaborazione della governante e senza andare molto per il sottile allestiscono nel cortile un rogo di libri pericolosi. Un vero e proprio auto da fé letterario. Dopodiché, per maggior sicurezza, sbarrano con un muro la stanza della biblioteca.

Honoré Daumier, Don Chisciotte

Tutto inutile. Convinto che autentiche fossero le storie dei cavalieri erranti, certo che nei suoi giorni mancassero quei benemeriti tutori dell’equità e della giustizia, don Chisciotte decise di scendere in campo, di vestire lui i panni di cavaliere e di andare in giro per il mondo alla ricerca di soprusi da vendicare e di creature indifese da proteggere. Un autentico cavaliere doveva essere equipaggiato con armi e cavalcatura. Le armi le trovò a casa, andò a pescare in cantina gli arrugginiti e ammuffiti ferri dei bisavoli. Armi antiquate, anacronistiche. Un vecchio scheletrico cavallo sin lì adibito ai lavori agricoli fu promosso destriero da battaglia con l’altisonante nome di Ronzinante.

In tal modo attrezzato, don Chisciotte si mosse per la prima delle cavalleresche imprese al servizio delle più disparate e disperate cause. Perché un cavaliere errante che si rispetti, degno di questo nome, deve difendere donzelle in pericolo; deve uccidere mostri; deve proteggere amanti in difficoltà; deve portare pace nelle contese; deve raddrizzare torti e ingiustizie; deve sventare incanti e sortilegi. Ma le imprese di don Chisciotte hanno esiti disastrosi. Litiga con tutti quelli che, loro malgrado, coinvolge nelle sue mattane e finisce per avere sempre la peggio. In altri casi le sue follie sono assecondate da qualcuno che vuol prendersi gioco di lui. E, alla resa dei conti, le avventurose sortite si concludono con le botte, con le burle, o con entrambe le cose.

Nella prima sortita, don Chisciotte si avventura da solo ma, a partire dalla seconda, al suo fianco c’è uno scudiero, come tradizione cavalleresca vuole. Entra così in scena Sancio Panza che da ora in poi lo affiancherà in quella che è una delle più geniali coppie della letteratura mondiale. È l’accoppiamento perfetto di due personaggi che più diversi non potrebbero essere. Una coppia di opposti che da sempre, sin dal tempo della letteratura classica greca e romana, suscita comicità nelle farse, nei circhi, nei film, nelle caricature: il grassone con lo smilzo; lo spilungone con l’omarino; il furbo con lo stupidone: il padrone prepotente con il servo servile; e via di questo passo. Cervantes ha creato una coppia unica nella sua disarmonia. Un padrone allampanato che procede su un ossuto ronzino, scortato da un servo piccolo e panciuto che cavalca un asino indolente.

Don Chisciotte è dotato di una cultura libresca, Sancio gli contrappone una saggezza popolare nutrita di proverbi e di motti tramandati di bocca in bocca. Tradizione letteraria contro tradizione orale. Il padrone commenta l’uso frequente di proverbi da parte dello scudiero. Mi sembra, gli dice, «che non esista proverbio che non dica la verità, perché sono tutti motti ricavati dall’esperienza, madre di ogni scienza» (p. 146). Parlare per proverbi è «dire la cosa giusta al momento giusto» ma, checché ne pensi don Chisciotte, Sancio esagera, li usa troppo e a sproposito.

Nel 1605, sulla soglia dei sessant’anni, Cervantes aveva pubblicato presso uno stampatore di Madrid il suo libro intitolato L’immaginifico cavaliere don Chisciotte della Mancia. Era stato subito un successo internazionale. Un best-seller, si direbbe oggi. Nelle pagine finali Cervantes alludeva ad altre avventure del prode cavaliere, faceva pensare a una seconda parte. Negli anni a seguire si occupò di altro, scrisse e pubblicò le Novelle esemplari (1613), il poema autobiografico Viaggio in Parnaso (1614), una raccolta di testi teatrali. Continuava però a occuparsi del suo eroe.

Nel 1614, in una decina di anni, aveva già scritto altri cinquantotto capitoli ma era ancora lontano dalla conclusione. Qualcosa lo spinse ad accelerare, a completare il libro e a pubblicarlo. Nell’estate dello stesso anno era stato pubblicato a Tarragona un Segundo tomo del ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha, firmato da Alonso Fernández de Avellaneda, pseudonimo di uno scrittore che non è mai stato identificato. Stimolato da questo apocrifo in cui tra l’altro lui, Cervantes, era detto vecchio, monco, invidioso e chiacchierone, in poco tempo aveva aggiunto altri sedici capitoli a quanto scritto sin lì e, entro lo stesso anno, aveva pubblicato una Segunda parte in cui, alla fine, l’eroe moriva per evitare altri plagi.

A Cervantes si è rimproverato di aver ingombrato la prima parte, quella pubblicata nel 1605, con alcuni lunghi racconti estranei alla trama principale. Lo si è accusato di aver infarcito il racconto con brani di vecchie ballate popolari, con giochi di parole, con proverbi spagnoli. Secondo Nabokov, lo aveva appesantito «con le sue incredibili locande piene di personaggi anacronistici scappati dalle novelle italiane e le sue posticce montagne formicolanti di scornati poetastri travestiti da pastori arcadici». Ma, è stato fatto rilevare, il primo Don Chisciotte non è un meccanismo narrativo, è un organismo vitale da accettare così com’è. Dire che «ha delle pagine di troppo sarebbe come dire che il Mosé di Michelangelo ha dei chili di troppo» (Trapiello, p. 186).

Diamo ascolto allo stesso Cervantes il quale ha scritto che «le favole immaginarie devono sposarsi con l’intelligenza di color che le leggono». Più immaginaria è la favola, maggiore dev’essere l’intelligenza del lettore. Tra l’altro, uno dei motivi del fascino immortale del Don Chisciotte è il fatto d’essere «un romanzo scritto come se fosse parlato, o meglio scritto in parlato» (Trapiello, p. 184), mentre il protagonista, don Chisciotte, parla come un libro stampato, come ha imparato dalle letture che gli hanno dato di volta al cervello. Chi disapprova la sua maniera di scrivere, le ripetizioni, l’incuria nei particolari dimentica che, Cervantes, scrive come parlano i suoi protagonisti. Uomini comuni, non letterati o cortigiani.

La Segunda parte è uno straordinario congegno letterario. I protagonisti, i personaggi, hanno letto la prima parte del romanzo, ne parlano e lo commentano. Qualcosa di simile aveva fatto Shakespeare nell’Amleto. La tragedia che nel secondo atto alcuni attori recitano alla corte di Elsinore ha una trama che ricorda quella dello stesso Amleto. E così come don Chisciotte è un lettore del Don Chisciotte, Amleto è uno spettatore dell’Amleto. L’inizio della Segunda parte fornisce la misura del genio di Cervantes che reputo inarrivabile. Mentre l’ingenioso hidalgo a casa sua è intento a conversare con il curato e con il barbiere irrompe Sancio Panza che informa il padrone di un evento clamoroso. Gli hanno detto che è stato appena pubblicato un libro in cui si raccontano le loro avventure. Lo ha appreso da Sansone Carrasco, amico di don Chisciotte e baccelliere, vale a dire studente laureato a Salamanca. Un intellettuale dunque che, interrogato da don Chisciotte, conferma tutto.

Riferisce i giudizi che del libro hanno dato i lettori e i letterati, lo informa del successo di vendita, delle migliaia di copie già stampate e vendute, delle traduzioni in circolazione in molti paesi europei. Tutto vero. Qui Cervantes non fa altro che registrare le vicende del suo capolavoro nei dieci anni trascorsi dalla prima pubblicazione. È talmente padrone della tecnica narrativa da permettersi di introdurre come elemento metaletterario un suo libro in un altro libro suo. Si autocita e si commenta. Anzi, il commento lo affida ai tanti personaggi della Segunda parte che hanno letto la prima. Carrasco dice addirittura: «Ho idea che non ci sia nazione né lingua in cui non verrà tradotta». Profezia verificatasi in pieno.

Don Chisciotte e Sancio Panza sanno ora di essere diventati, grazie a Cervantes, personaggi di un romanzo di grande successo che ha divulgato le loro imprese e li ha resi famosi. In una delle tante locande frequentate, don Chisciotte sente alcuni ospiti commentare la versione di Avellaneda appena uscita e si indigna per gli spropositi e le folli imprese attribuitegli. In un’altra locanda incontra il cavaliere Álvaro Tarfe che, guarda un po’, è uno dei personaggi dell’apocrifo il quale, al termine del colloquio, si ravvede e ammette che il don Chisciotte e il Sancio Panza di Avellaneda non sono quelli autentici. Anche Sancio condanna l’autore del plagio. Io, dice indignato, sono un «ingenuo burlone, non un mangione e un ubriacone» come mi ha dipinto quel signore lì. Quando padrone e scudiero, in una delle loro scorribande, incontrano una bella cacciatrice, costei chiede a Sancio: «Questo vostro signore non è quello di cui è stata pubblicata una storia intitolata Dell’immaginifico cavaliere don Chisciotte della Mancia?». Anche lei ha letto o ha sentito parlare del best-seller di Cervantes, dunque.

Cervantes ama defilarsi, nascondere la paternità dell’opera. All’inizio della prima parte aveva detto di aver tratto da più fonti la storia, tanto che del nome del protagonista si conoscevano più versioni. Ma cosa importa, aveva concluso, perché «ciò che conta è che la verità dei fatti non si discosti di un palmo dalla verità». Più avanti aveva cambiato versione. Aveva rivelato che la sua era la trascrizione, con poche modifiche, della traduzione di un testo trovato per caso nel mercato di Toledo, a firma di Cide Hamete Benengeli, «historiador arábigo».

Non romanzo, non opera di fantasia, quindi, bensì storia vera, autentica. Geniale invenzione che gli permette di commentare il racconto, di interromperlo, di dire la sua quando lo ritiene opportuno. Anche Alessandro Manzoni finge di riportare una storia scoperta in uno scartafaccio secentesco e da lui «raccomodata». Grazie a questo artificio letterario, Cervantes diventa uno dei protagonisti del suo romanzo. È sempre presente, racconta, ricorda, commenta. «Parla del suo libro, dei suoi difetti, del suo lavoro di romanziere, di se stesso», dentro e fuori la storia. È consapevole di aver consegnato alla posterità un’opera immortale. Parlando a don Chisciotte del Don Chisciotte, Simone Carrasco afferma che l’autore, chiunque esso sia, ha scritto un libro «che i ragazzi ce l’hanno fra mano, i giovani lo leggono, gli uomini lo capiscono, i vecchi lo lodano».

Quando pubblica la Segunda parte, dieci anni non sono passati invano. Ora Cervantes muta il carattere del suo eroe, lo rende meno esaltato e meno disposto a credere alle fantasticherie che gli frullano in testa. E questo don Chisciotte, più consapevole e più prudente, «invece della cieca sicumera esibita prima, esibisce continui dubbi sia sulla realtà esterna sia sulla sua coscienza e sulla propria condotta». Prima agiva guidato dall’istinto, si lanciava nelle imprese anche più pazze, più assurde, senza mai chiedersi se faceva bene o male. Adesso confessa: «Io finora non so cosa conquisto a prezzo delle mie pene» e ammette di essere sempre più «pieno di tristi e confuse immaginazioni».

Grazie al suo genio, Cervantes è riuscito a non snaturare il personaggio, a modificarne carattere e comportamenti sino a renderlo diverso e, se così può dirsi, migliore. Lo ha «dotato di una profondità e di una complessità» che lo hanno reso più grande e universale. Uno dei più grandi di tutti i tempi. Il suo rapporto con la realtà è mutato. Non più vittima delle sue illusioni e delle sue allucinazioni, è diventato vittima degli inganni altrui, delle mistificazioni del reale allestite da chi vuol prendersi gioco delle sue debolezze. Non si misura più con avversari creati dalla sua mente malata, non combatte contro mulini a vento, greggi di pecore, otri di vino, tutti scambiati per mostri o giganti da abbattere. Affronta un antagonista in carne e ossa, si batte a duello con il baccelliere Carrasco travestitosi da cavaliere errante per sconfiggerlo in singolar tenzone e costringerlo a rinunciare alle eroiche cavalleresche imprese, a porre fine alla vita errabonda, a tornarsene buono buono a casa.

Pablo Picasso, Don Chisciote e Sancio Panza, 1955

Nemmeno Sancio Panza è lo stesso di prima. Somiglia sempre di più al padrone. Si donchisciottizza, è stato detto. A Simone Carrasco confessa: «Se il padrone desse ascolto al mio consiglio, a quest’ora saremmo in giro per le campagne a riparare offese e a raddrizzare torti, com’è uso e costume dei buoni cavalieri erranti» (p. 429). Parole che sembrano uscite dalla bocca di don Chisciotte. In uno dei capolavori della critica letteraria del novecento, Mimesis, Erich Auerbach si sofferma su un episodio chiave, decisivo, della metamorfosi dei due protagonisti del Don Chisciotte. Siamo nel decimo capitolo della seconda parte. Dopo tante peripezie al seguito del Cavaliere dalla Triste Figura (così lo chiama lo scudiero) Sancio decide di stare al gioco. Il padrone lo invia nel Toboso con un messaggio per Dulcinea.

Dulcinea è Aldonza Lorenzo, una poco avvenente contadina del Toboso con una grossa verruca su una guancia e degli enormi piedoni sformati dalla fatica del lavoro nei campi. Don Chisciotte che, come tutti i cavalieri erranti ha bisogno di una donzella alla quale fare omaggio delle sue imprese, l’ha eletta «signora dei suoi pensieri». Sancio deve annunciarle l’arrivo del cavalier servente, ma si guarda bene dall’andare a trovarla. Come risultato della missione, presenta al padrone una casuale passante, una triviale contadina che puzza d’aglio e cavalca un asino. In questa occasione, don Chisciotte per la prima volta vede la realtà e non una proiezione della sua fantasia. Vede una contadina a cavallo di un asino e ne avverte il puzzolente alito.

Sancio ha ormai imparato la lezione. Quante volte aveva cercato invano di convincere il padrone che i mulini a vento non erano giganti; che la bacinella del barbiere non era l’elmo di Mambrino; che le locande non erano castelli e le locandiere non erano castellane. Si era sempre sentito rispondere d’essere vittima dell’incantesimo di un malvagio mago. E, così, ora fuga i dubbi del cavaliere con il dirgli che questa volta tocca a lui essere vittima di un sortilegio. Don Chisciotte gli crede, le parti si sono rovesciate. Con una magistrale inversione dei ruoli, Cervantes ha rimodellato i suoi personaggi.

Come il padrone, Sancio perde la testa quando accetta l’incarico di un duca che li ospita e che per burla offre a lui, proprio a lui, il governo dell’isola di Baratteria. Un’isola che, nella realtà, è uno dei possedimenti di terraferma del generoso benefattore. Accetta perché è il coronamento di un sogno, la realizzazione di una promessa fattagli dal padrone. Ai sudditi viene ordinato di obbedire al governatore in tutto e per tutto. Il compito di Sancio sarà breve e tormentato. Prima gli arriva la minaccia della dichiarazione di guerra di uno stato nemico e poi, quando si è preparato alla difesa, scoppia una rivolta degli isolani che lo induce a rinunciare al prestigioso incarico e a tornarsene al più tranquillo servizio di scudiero del Cavaliere dalla Triste Figura.

Il buon senso di cui madre natura lo aveva dotato gli ha fatto capire di non essere nato per fare il governatore. Lo confessa ai sudditi al momento del congedo. Io, dice, «son fatto per arare e zappare, potare e piantare la vite, non per difendere province o regni». È un contadino che maneggia la falce meglio dello scettro di governatore. Eppure, nello svolgimento del governo, si era fatto apprezzare per le sagge sentenze che richiamavano, addirittura, giudizi di re Salomone e passi del Talmud ebraico.

Decisivo, nel finale, è il ruolo di Sansone Carrasco che, per distogliere don Chisciotte dalle stravaganze tenta il tutto per tutto. Nei panni di cavaliere errante, con il nome di battaglia di Cavaliere della Bianca Luna, sconfigge il Cavaliere dalla Triste Figura e, a mo’ di pegno, gli impone il rientro a casa e un anno di sosta dalle scorribande in compagnia di Sancio Panza. Il duello ha luogo a Barcellona, dove don Chisciotte era in quel tempo ospite, con l’inseparabile scudiero, di don Antonio Moreno. Quando viene a sapere che il cavaliere dovrà stare fermo per dodici mesi, Moreno si adira con Carrasco. «Dio vi perdoni il torto che avete fatto a tutto il mondo nel voler far rinsavire il più divertente pazzo che ci sia!». Rammarico condiviso da tutti i lettori del Don Chisciotte, mai sazi delle avventure raccontate da Cervantes.

Tornato a casa, costretto all’inerzia e all’ozio, don Chisciotte si immalinconisce, si lascia andare, si ammala, muore. Prima di chiudere per sempre gli occhi, si ravvede della follia cagionata, ammette, «dalle squallide letture dei detestabili libri cavallereschi». Non è vero che sono don Chisciotte, confessa agli amici. Sono «Alonso Quijano, al quale i sobri costumi meritarono il nome di Buono». Al padrone ormai agli sgoccioli Sancio disperato, Sancio in lacrime, sconsiglia di morire. Lasci perdere, gli dice, perché la morte è la peggiore pazzia dell’uomo, la più inguaribile, la più irrimediabile. Su richiesta del curato, alle ultime ore dell’hidalgo assiste un notaio che dovrà certificare l’avvenuto decesso in modo che nessun altro Avellaneda possa farlo risuscitare con nuove false avventure letterarie.

Nel dettare le ultime volontà, don Chisciotte riacquista lucidità e dà un impietoso giudizio degli ultimi anni della sua vita: «Sono stato pazzo, ora sono saggio». Una sconfessione del donchisciottismo incisa sulla lapide della sepoltura che annuncia ai posteri: «Sua ventura volle/ che morisse saggio e vivesse da pazzo». Ma un don Chisciotte saggio non interessa a nessuno e Cervantes, saggiamente, lo lascia morire.