Nessuna traccia è rimasta della Catania medievale, cancellata da due catastrofi ambientali succedutesi nell’arco di un quarto di secolo. All’arrivo del sisma del 1693, quando la terra cominciò a tremare e le case cominciarono a crollare, Catania era ancora intenta a leccare le ferite di un’altra spaventosa calamità naturale: l’eruzione dell’Etna del 1669, la più rovinosa a memoria d’uomo.

Nel corso dei secoli, dalla fondazione per mano dei Calcidesi in poi, la città era stata più volte ricoperta dalla pietra incandescente vomitata dalle bocche del vulcano. Tra le eruzioni più disastrose se ne ricorda una nel 121 avanti Cristo, al tempo dei Romani, e un’altra nel 1169, in età normanna: esattamente cinque secoli prima, come se l’Etna nel 1669 avesse voluto celebrare, a modo suo, il quinto centenario. Tutt’e due le volte Catania fu rasa al suolo e pagò un pesante tributo di vite umane: quindicimila, per esempio, al tempo dei Normanni.

È però sempre rinata «più bella che pria», come diceva Petrolini della Roma ricostruita dopo l’incendio del suo Nerone parodistico. Nel Seicento, mentre nel resto dell’isola, a Palermo e a Messina in particolar modo, si stava diffondendo l’architettura moderna, rinascimentale e barocca, Catania conservava ancora l’impianto tardo medievale sigillato da una possente cerchia di mura.

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Braun & Hogenberg, Catana Urbs Siciliae…, 1598. Ristampa a colori di La clarissima Città di Catania, Roma 1592.

Quel cordone protettivo preservò la città dalla distruzione totale. Da una enorme bocca apertasi nei pressi di Nicolosi, lunga quindici chilometri, un fiume di fuoco con un fronte di due chilometri, il 23 aprile raggiunse la città, circondò la muraglia, si incuneò nei quartieri meridionali che furono divisi in due da una parete naturale, si spense nel mare che lambiva la città, colmò il porto.

Su un basso promontorio, affacciato a picco sul mare, sorgeva il castello Ursino eretto tra il 1239 e il 1250, per volontà di Federico II di Svevia, su progetto dell’architetto militare Riccardo da Lentini. Il magma colmò il fossato, proseguì la sua corsa, allungò la città di mezzo chilometro. Il castello rimase lì, affacciato su un mare di lava, e oggi accoglie il museo cittadino.

Giacinto Platania, Eruzione del 1669, affresco nel Duomo di Catania. A sinistra, circondato dalla lava, il castello Ursino.

Non ci furono vittime umane perché, prima che la colata lavica compisse il suo lento percorso dalla bocca eruttiva alla periferia, Catania era stata evacuata. Spentosi l’ardore della lava, si diede inizio alla ricostruzione. Gli abitanti del contado sepolto sotto la pietra si riversarono nella città che si allargò con la nascita di nuovi quartieri nella zona settentrionale, arrampicata sulle prime pendici del vulcano.

I catanesi iniziarono subito a riedificare la loro città ma, passato appena un quarto di secolo, il sisma rase al suolo ciò che si era costruito, e questa volta falciò sedicimila vittime, quasi due terzi della popolazione. Tremila morirono sotto le macerie del duomo dove si erano rifugiati per porsi sotto l’ala della protezione divina.

La ricostruzione questa volta fu gestita dal potere centrale, nella persona del duca di Camastra che, si dice, tracciò la pianta della nuova città passando a cavallo sulle macerie del vecchio centro. Secondo un cronista del tempo, il vicario vicereale aveva pensato di sviluppare la città intorno alla «crociera di due ben concertati stradoni a guisa di Palermo».

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Explication du plan de Catania, c. 1700. Bibliothèque nationale de France.
Il castello Ursino, accerchiato dalla lava del 1669, i residui delle mura medievali e la struttura rigorosamente ortogonale dell’impianto urbano, in cui sono visibili quattro canti, chiariscono che questa pianta stampata in Francia restituisce abbastanza fedelmente il progetto di ricostruzione successivo al terremoto del 1693.

Chiunque sia stato a progettarla, a disegnarla, la nuova Catania nacque con una struttura urbanistica che si rifaceva a quella di Palermo, con due arterie incrociate in quattro canti meno sontuosi e spettacolari del modello e con una griglia di strade ortogonali che ripetono lo schema classico del decumano e del cardo dell’urbanistica etrusca e romana. Il progetto urbanistico fu realizzato sotto il controllo di monsignor Andrea Reggio che si affidò a maestranze locali guidate da Alonzo di Benedetto, attivo in città prima del fatidico 1693, oppure arrivate da Messina agli ordini di Antonio Amato, da Acireale con i Favetta, da Palermo con Bevilacqua.

A questa prima fase risale anche l’arco della Badìa che apre, a mo’ d’arco di trionfo, la scenografica via dei Crociferi. Catania medievale si stendeva lungo il mare ai due lati del porto. La ricostruzione settecentesca la orientò lungo l’asse di sviluppo mare-montagna, con quartieri nati ai lati della nuova grande arteria, via Uzeda oggi Etnea, divenuta la spina dorsale del corpo urbanistico della città. Il progetto del duca di Camastra era fondato su principi antisismici: larghe strade ortogonali interrotte da ampi piazzali dove i cittadini potevano trovare riparo in caso di calamità naturali.

Se la struttura urbanistica fu tracciata nel volgere di pochi anni, più lenta fu la costruzione dei nuovi edifici religiosi e civili. Si adottarono criteri razionali, ma si prestò molta attenzione anche all’aspetto estetico. Alti due piani, al massimo tre, i palazzi sorsero con un’armoniosa alternanza di pietra lavica scura e di chiaro calcare su cui spiccavano gli intonaci scurissimi. Lo schema è semplice ma efficace. Zoccolatura in pietra lava scura; decorazioni in pietra calcarea chiara; pareti rivestite di intonaci con sabbia lavica scurissima.

Le facciate lunghe e basse furono scandite dalla successione verticale di alte paraste bugnate che le misurano dal terreno al cornicione del tetto. Al di sopra del livello quasi uniforme dell’edilizia civile svettarono le emergenze delle chiese, con le loro cupole e i loro campanili. Nei primi decenni di costruzione, i maggiori progetti furono affidati a Di Benedetto e Amato, abilissimi capimastri che diedero molto risalto alla decorazione plastica degli esterni, alle lesene, alle mensole dei balconi, ai cornicioni.

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Particolare della fontana dell’Amenano. Catania, piazza Duomo, 2004. Foto di Maurizio Nicosia

A un anno di distanza dal sisma, nel 1694, Di Benedetto pose mano alla costruzione del seminario dei chierici e del palazzo Massa San Demetrio posto all’angolo dei quattro canti. Più decentrato sorse, con l’adiacente chiesa di San Nicolò l’Arena, il monastero dei benedettini che è il più vasto complesso conventuale di Sicilia. La costruzione era stata iniziata a metà Cinquecento. Dopo le distruzioni cagionate dalla lava e dalle scosse telluriche, nei primi anni del settecento i lavori di ricostruzione furono assegnati ad Antonio Amato.

Il prospetto da lui disegnato è un tipico esempio di architettura precedente Vaccarini: paraste bugnate da terra al cornicione; finestroni con cariatidi, esuberanza di inserti plastici. L’uso esclusivamente decorativo delle lesene è denunciato dai capitelli che non si spingono sino al livello del cornicione, abdicano a qualsiasi compito statico e funzionale.

Secondo Arcangelo Leanti, storico palermitano che scrive alla metà del Settecento, Catania «trovasi nuovamente rifabbricata con maggiore pulitezza e magnificenza. Le strade sono dritte, ben larghe e lunghe, con nobile simmetria tagliate. Quasi tutti gli edifici sacri e profani, ancorché bassi per timore dei tremuoti, vanno adorni di superbissimi intagli e di commendabili pezzi d’architettura». Quando, nel 1761, Leanti pubblica le sue notizie sullo Stato presente della Sicilia, Catania è di nuovo la terza città dell’isola, dopo Palermo e Messina.

I viaggiatori che visitano la città nel Settecento, i protagonisti del grand tour che coinvolge aristocratici e intellettuali di tutta Europa, dicono tutti la stessa cosa: Catania è bellissima. Ed è bellissima perché modernissima, rinata come fenice dalle macerie commenta, nel 1792, l’architetto tedesco Heinrich Genz che, sotto l’occhio compiacente di Goethe, ha appena ricostruito a Weimar l’antico castello della città tedesca.

Joseph Wright of Derby, Veduta di Catania e dell’Etna, c. 1775, Tate Gallery.

Johann Heinrich Bartels borgomastro di Amburgo che visita Catania nell’estate del 1786 loda la «gente attiva che tira su le rovine e guarda coraggiosamente verso l’avvenire» (Tuzet, p. 265). E di questa gente attiva, di questi catanesi coraggiosi che, dopo il sisma, si sono rimboccate le maniche, il nobile inglese Henry Swinburne loda «the spirit of building», lo spirito della ricostruzione. Il giudizio complessivo è pressoché unanime. «Tutti si estasiano davanti alle grandi arterie dritte, soprattutto via Etnea, la più bella del mondo agli occhi di Bartels» (Tuzet, p. 234).

Sui dettagli non tutti sono d’accordo. Genz trova sbagliato l’orientamento delle strade verso il mezzogiorno in una città dalle alte temperature estive. Il diplomatico prussiano Joseph Hermann von Riedesel ammira l’armonia delle facciate, le giudica «in bello stile antico, di nobile semplicità, prive di fronzoli» ma il francese Vivant Denon trova l’architettura catanese «sovraccarica e contorta» (Tuzet, p. 234) e l’archeologo inglese Payne Knight scrisse nel suo resoconto di viaggio che le case di Catania erano «di cattivo gusto» e che «non esiste nessun mostro che non si possa trovare sugli edifici della moderna Sicilia».

Se il duca di Camastra dettò le linee generali della ricostruzione di Catania, Giovan Battista Vaccarini fu il principale responsabile della realizzazione. Il suo arrivo, nel 1730, segnò l’inizio di una nuova fase in cui prevalgono caratteri dell’architettura romana e, pertanto, più aggiornati rispetto ai modelli di Di Benedetto e compagni. In gran parte progetto di Vaccarini e dei suoi allievi e seguaci sono gli edifici di via dei Crociferi, detta anche via dei monasteri perché offre una successione di chiese, conventi, palazzi.

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Il portale della chiesa di S. Benedetto in via Crociferi. Foto di Maurizio Nicosia

La strada ha sempre suscitato l’ammirazione dei viaggiatori eruditi, dal settecento sino a oggi, da Payne Knight e Goethe sino a Mario Praz e Cesare Brandi che la mette nel novero delle strade più belle d’Italia, al fianco della via Nuova di Genova e della via Tornabuoni di Firenze. Introdotta da un cavalcavia, quasi arco trionfale per una strada che segna il trionfo del barocco catanese, di Vaccarini e della sua scuola, via Crociferi si offre come unico continuo prospetto basato sul modulo borrominiano del concavo-convesso.

La facciata della chiesa della Collegiata, su via Etnea, è stata realizzata da Stefano Ittar.

Sganciate dal volume edilizio, le facciate assolvono la funzione di quinte scenografiche, appartengono alla strada che inquadrano piuttosto che agli edifici che coprono. La presenza degli edifici religiosi, delle tante splendide chiese che vi si affacciano, è rivelata dalle brevi rampe di scale che salgono dal marciapiede sino ai portali e che in molti casi sono chiuse da cancellate di ferro, panciute e ondulate come i prospetti che proteggono.

E il ferro battuto è sfruttato anche nelle ringhiere a petto d’oca dei balconi dei palazzi che si gonfiano e si muovono non solo per continuare le ondulazioni capricciose che animano le facciate, ma anche per accogliere le ampie gonne della moda femminile del tempo. Originale esempio di sincretismo tra decorazione e funzione.

Nelle torride estati catanesi, il balcone era uno degli spazi più abitati e vissuti della casa. Da quella postazione si assisteva al passeggio per strada, si scambiavano quattro chiacchiere da balcone a balcone con vicini e dirimpettai. E, nei quartieri popolari, di notte vi si dormiva per sfuggire al tormento della calura.