Il bebop, o bop che dir si voglia, è uno stile di jazz affermatosi all’inizio degli anni Quaranta del Novecento. Il nome, inventato dai musicisti, é una traslitterazione onomatopeica dell’intervallo musicale adottato dai boppers, vale a dire la quinta diminuita discendente. Un complesso intrico di motivazioni sociali e culturali ha portato una generazione di giovani artisti negri (Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Fats Navarro, Thelonius Monk, Bud Powell, Kenny Clarke, Tadd Dameron) al rifiuto del jazz degli anni Trenta, il swing considerato troppo commerciale, evasivo, disimpegnato.

Caratteristiche tecniche del bebop sono l’uso sistematico di accordi dissonanti e di note estranee all’armonia di base; gli sviluppi imprevisti e, talora, contrastanti della linea melodica; l’impiego diffuso di strumenti ritmici in funzione solistica; l’uso costante di riff all’unisono o all’ottava; gli stacchi rapidissimi che diventano vertiginosi con Parker e con Gillespie.

La base ritmica dei quattro colpi per misura è fornita soltanto dal contrabbasso e dal piatto della batteria, non dalla grancassa, innovazione questa apportata da Kenny Clarke. Il piatto della batteria diventa più grande dei piatti tradizionali per farsi sentire meglio dai solisti lanciati nell’improvvisazione. Il batterista batte il tempo sui piatti sospesi e lascia invece al tamburo basso le occasionali intermittenze.
Nel jazz tradizionale, invece, i quattro tempi di battuta, i «four beats to the bar», erano affidati alla mano sinistra del pianista, al contrabbasso, alla grancassa del batterista.